Anna di tutte le Russie

Così la poetessa Marina Cvetaeva omaggiò la voce potente della Russia, la donna modernissima dall’incedere regale, capace di ammutolire tutti gli astanti con il suo ingresso in scena, “che aveva la sua vita fra le mani”
Anna, nata Gorenko, secondo il padre, disonorava il buon nome di famiglia: “Non mischiare il nostro cognome con queste faccende disonorevoli” (le poesie). E allora Anna farà a meno del suo cognome per assumere quello di un’antenata materna: la principessa tartara Achmatova.
Ce lo racconta Paolo Nori in questo nuovo, bellissimo libro, dedicato alla più grande poetessa russa del ‘900, emozionante e poetico ma anche divertente, come la ricerca degli esiti di un tampone negativo al COVID-19 per andare in Russia, a Pietroburgo, proprio per preparare questo libro. Come fosse un flusso di coscienza in viaggio, le pagine si spostano da Pietroburgo/Leningrado a Casalecchio di Reno e Parma, fra vicende personali e grande storia, mentre scorre il racconto della vita di Anna di tutte le Russie, nata ad Odessa e morta a Mosca.
Una vita segnata da lutti, ostracismi, silenzio coatto: morti e suicidi dei fratelli, fucilazione del primo marito, carcere e gulag per il figlio, gulag e morte degli amici, la Rivoluzione, il comunismo di guerra, 2 guerre mondiali. Ma la sua poesia sopravvive a tutto ciò, come la letteratura russa è sopravvissuta allo zarismo, al bolscevismo, alle polizie segrete, ai lager.
Anna continua a scrivere o a dettare (a bassa voce) le sue poesie anche quando il regime staliniano mette microfoni-spia ovunque e ad essere un raggio di luce per i prigionieri dei lager di Stalin. La sua popolarità in patria è talmente grande che nemmeno il regime osa fermarla, anche se le fa terra bruciata intorno.
Dall’estero arrivano riconoscimenti e premi: laurea honoris causa da Oxford, premio Etna Taormina assegnato dalla Comunità europea degli scrittori. Per questo lei scriverà: “Questa notizia mi giunge dal paese che ho amato teneramente per tutta la mia vita, ha gettato un raggio di luce sul mio lavoro” Amato da lei e da molti altri russi: quel paese è l’Italia.
Scrittore, traduttore, professore, Paolo Nori è assurto a notorietà, uscendo dalla nicchia di appassionati di letteratura russa, o che lui ha fatto appassionare, grazie (si fa per dire) alla nefasta decisione di Putin di invadere l’Ucraina. O meglio grazie all’Università Bicocca che, in un eccesso di zelo, blocca le lezioni che il professore avrebbe dovuto tenere su Dostoevskij. Suo malgrado, diventa famoso, viene chiamato da tutti e “interrogato” da tutti sulla guerra che un anno fa come oggi imperversa, distruggendo persone, città, case, legami famigliari, culturali, sentimentali. Rodnoj.
E quando qualcuno chiede se Gogol o Bulgakov nati in Ucraina, siano ora da considerarsi ucraini e non russi, Nori cita Alberto Camus nato in Algeria e vissuto in Francia: “La mia patria è la lingua francese”. Oltre, le frontiere, la propaganda, le guerre la letteratura resiste.
Ma questa maledetta guerra quando finirà?
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