Rileggere il Metodo Srebrenica 30 anni dopo

Non siate tristi. Continuate in ciò che era giusto
Così scrisse Alexander Langer, colui che capì fin da subito che durante la guerra nella ex Jugoslavia “se si tocca la Bosnia” nulla sarebbe stato più come prima.. Gli era chiaro che la guerra interetnica in Bosnia sarebbe stata più sanguinosa di quelle già combattute. Nessuna delle 5 repubbliche federate di Jugoslavia aveva una composizione così articolata e disomogenea: secondo il censimento del 1991 vi erano il 43,3% di musulmani (che mai però si erano identificati come comunità autonoma) , il 31,1% di serbi, 17,3% di croati e poi un 5,5% che si dichiarava semplicemente jugoslavo.
Quando i serbi bosniaci attaccarono l’area di Srebrenica, teoricamente un santuario per i musulmani di Bosnia protetto dall’ONU e dalla Nato, riuscirono a farsi consegnare dai caschi blu olandesi donne, uomini e bambini, fra distribuzione di biscotti e i sorrisi diabolici di Ratko Mladic, plasticamente ripresi dai media occidentali.
…l’ONU, la Nato, la civiltà…(CSI, Linea gotica)
8000 di quegli uomini furono trucidati nell’area di Srebrenica fra l’11 e il 17 luglio del 1995. Pochi giorni prima, il 3 luglio, Alex Langer si suicidò.
Il libro di Ivica Dikic, nella nuova edizione appena uscita che espande la narrazione ai mesi successivi al genocidiok alla fine della guerra e al processo al Tribunale dell’Aja, ci racconta come avvenne quel massacro, quali risorse, quali tempi e procedure vennero impiegate dall’esecutore e coordinatore della strage: Liubisa Beara, di Sarajevo, ufficiale dalla JNA (Armata popolare jugoslava) che in modo efficiente, ordinato, razionale portò a termine il compito di massacrare 8000 musulmani.
L’autore segue Beara giorno per giorno, ora per ora, senza inventare quasi nulla, utilizzando i documenti del Tribunale dell’Aja e alcune testimonianze: quali fucili scegliere, quanti autobus utilizzare per trasportare gli uomini davanti ai plotoni di esecuzione, come reperire gli autisti e coloro che devono premere i grilletti, dove scavare le fosse comuni. La narrazione è a volte gelida, quasi neutra, un elenco di fatti e, per questo, ancora più efficace di qualsiasi finzione letteraria.
Non fu Beara a ordinare la strage, lui fu il braccio, la mente stava altrove (“Belgrado non poteva non sapere”) così come l’ignavia, la codardia stava comodamente assisa nella la nostra preziosa civiltà occidentale.
Leggere questo libro significa capire perché le guerre dei Balcani ci riguardano ancora, per la loro capacità di anticipare il mondo in fiamme in cui ci troviamo, i deliri nazionalisti che trasformano il tuo vicino in nemico, gli esseri umani che cercano salvezza in colpevoli clandestini. La guerra ucraina generata dall’invasione russa non è stata la prima in Europa, dopo la II guerra mondiale come molti si ostinano a ripetere, prima ci fu la Jugoslavia.
Ed è per questo che la ferita di Srebrenica non può chiudersi. Essa ricomincia a sanguinare quando noi ricchi e armati Stati europei, rimaniamo inermi o addirittura collaboriamo ai genocidi in Congo, in Sudan, a Gaza.
Ivica Dikic, Metodo Srebrenica, Bottega Errante Edizioni, 20€
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