Elogio della controgeografia

Proprio come la scienza non è prerogativa degli scienziati anche la geografia non è un’invenzione dei cartografi e dei geografi professionali
Matteo Meschiari, scrittore, antropologo e professore universitario, ci propone 111 mappe di Terre che non sono la mia, ovvero il titolo del libro che ci parla di una geografia che oltre a misurare il visibile ci porta a immaginare l’invisibile, come un apparecchio di cattura dell’immaginario.
Scienza e immaginazione, scienza e arte, umano e non umano insieme descrivono una geografia che, prima di diventare dispotica ed egemonica con le sue linee, i suoi confini e la pretesa di oggettività assoluta, era un patrimonio condiviso e praticato, non sempre consapevolmente, da un’intera comunità.
Forse la mappa cognitiva che un indigeno può immaginare mettendosi nella prospettiva di un animale o di un paesaggio “non è vera”, ma in qualche modo funziona…Gli antropologi che studiano l’immaginario di vari popoli aggrediti dal collasso climatico hanno potuto constatare il valore pragmatico dello sguardo indigeno sui ghiacci in rapido scioglimento o sull’inaridimento dell’Outback australiano.
Nel libro vengono illustrate e descritte 111 mappe, dalla Groenlandia all’Australia, dalla Cina all’Amazzonia, dall’arte paleolitica a quella contemporanea, da Babilonia a un asilo di provincia in Italia, dalla Mapa de la Isla de Buglas, un arazzo filippino del 2017 esempio di resistenza per contrastare il controllo della memoria e del potere da parte del governo. E’ un esempio recente, tangibile di una storia alternativa dell’industria delle zucchero – prima della colonizzazione l’Isla de Negros era di Buglas – che genera una controgeografia.
Come le altre 110, fa parte di un piccolo campionario di mondi altrui, un atlante per ripensare il posto dell’umano nel mondo.
Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia, Bollati Boringhieri, 22€
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