Spaghetti e cagnolini contro Mussolini

La storia di Zora del Buono, narrata dall’omonima nipote, è una cavalcata nel Novecento inquieto: quello delle guerre e delle frontiere contese, del fascismo e del nazismo. Ma anche l’epopea delle rivoluzioni e dell’utopia socialista, dell’emancipazione delle donne, della fine di molti servaggi.
Zora, slovena profuga di guerra, conosce Pietro, un medico italiano (“siciliano perfino”) che cura civili e militari della prima guerra mondiale nella sanguinosa valle dell’Isonzo. Zora ama l’Italia ma detesta i fascisti italiani: arroganti e ignoranti arrivati subito dopo la guerra a cambiar nome a città e villaggi sloveni tedeschi.
E così Zora sposa l’aristocratico medico siciliano Piero del Buono, formatosi nelle migliori università tedesche prima del buio hitleriano, e si trasferisce a Bari, dove costruisce una casa sontuosa e moderna. sopra la clinica del marito che applica le idee di diritto universale alle cure maturate in famiglia e durante la guerra. Idee antifasciste in perfetta sintonia con quelle di Zora e che spingono ad aiutare i prigionieri politici del fascismo fra cui quell’Antonio, la testa pensante che fa tremare Mussolini e a opporsi anche grazie alla sua ricchezza (tante mazzette…) a un regime arcaico che premia le donne prolifiche come se fossero mucche da monta, che trasforma la scuola in una macchina di propaganda.
Il carattere indomito, forte, a volte arrogante, di Zora si manifesta nello spazio domestico come in quello pubblico: punto di riferimento per i fratelli fra cui quel Liubko, fuorilegge perché omosessuale, per i tre figli, Zora, battagliera in casa quando si mette a cucinar spaghetti quando Marinetti se la prende con l’indolenza degli italiani causata dal mangiar pasta(..) e che vorrebbe tanti cagnolini quando Mussolini se la prende con le borghesi che preferiscono i graziosi animaletti al rafforzamento della razza italiana.
Ma Zora ama comandare la sua vita e quella gli altri. Finanzia la resistenza jugoslava per una profonda ammirazione per il maresciallo Tito (“se fosse nata uomo sarebbe stata lei la marescialla”, dicono i fratelli) di condivide condivide l’utopia comunista intesa come aristocrazia per tutti, si iscrive insieme al marito al PCI da cui verrà poi espulsa per “il fatto”, l’evento che rovinerà la sua vita. Donna controversa ma sempre vitale e libera finché malattie, morte di figli e nuore, fratelli e amici la trasformano in un’anziana signora bisognosa di cure, desiderosa di tornare in Slovenia, più preoccupata per la salute del maresciallo che della sua. Zora morirà pochi mesi prima di Tito in una “RSA” iugo-slovena. Si risparmierà l’implosione del sogno jugoslavo.
Zora del Buono, La Marescialla, Keller, 18,50€ .
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