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Autore: lorena.ferrari@pagina59.it

L’Iran disvelato

Le donne, le ragazze e i ragazzi iraniani ci raccontano in questi giorni l’altra faccia del cupo regime teocratico, incapace di rispondere alle esigenze di un popolo giovane, informato, istruito, accogliente, se non con la repressione, la violenza, la morte.

E’ quanto ritroviamo anche in questo prezioso reportage di Stephan Orth, scrittore e giornalista, ex redattore di SPIEGEL ONLINE.

Orth ha trascorso 62 giorni in Iran e percorso 9000 km. per descrivere un Paese meraviglioso ma soprattutto l’insuperabile ospitalità dei suoi abitanti e le sorprese che si celano dietro le porte delle abitazioni. Lo sanno bene anche gli italiani che lo hanno visitato negli ultimi anni.

Le persone sono più interessanti delle attrazioni turistiche” anche se il patrimonio archeologico e architettonico e davvero abbagliante.

“Hai portato le cose per fare il bagno? Oggi pomeriggio c’è una festa in piscina, annuncia Elaheh. Questa è non è una frase che avrei pensato di sentire nella religiosissima Mashhad. ma in realtà dovrei aver capito già da un po’ che all’Iran piace molto capovolgere le aspettative, appallottolarle e buttarle energicamente in un bidone della spazzatura con scritto pregiudizi, percezione pubblica e stato teocratico“.

Oltre i sistemi di sorveglianza statale e famigliare si coglie l’impazienza di una “gioventù bruciata” stanca di aspettare la libertà, desiderosa di togliersi il chador, a qualsiasi costo.

Si fa buon giornalismo anche con un racconto di viaggio. Come questo.

Stephan Orth, L’Iran dietro le porte chiuse, Keller Editore, 18,5€

In giro per la Milano che resiste e forse resisterà

Vi capita mai di fare un giro a Milano con una piccola tracolla e la voglia di una guidina agile, piccola, portatile e soprattutto analogica. E’ più veloce di Maps e di Instagram (anche se questa è anche un account Instagram), più soddisfacente e ci fa sembrare “più intelligenti”. Vuoi mettere aprire un libro per strada invece che tenere il viso e le spalle ricurve sullo schermo?

E’ un atto di resistenza cognitiva che vi consigliamo come I posti sinceri di Milano. E’ un bene ed è quasi rassicurante che, accanto ai luoghi di scintillante contemporaneità della “città che sale”, che guarda avanti (d’altro canto il futurismo è nato qui), che trasuda eleganza e design, siano rimaste testimonianze della Milano antica, della rinascita e del boom. Sono trattorie, bar, bocciofile che tramandano anima e cuore, una certa idea del lavoro, una “multietnicità” ante litteram, una città dolente e non solo glamour, forse un po’ meno cinica.

Una piccola guida che ci libera dalla schiavitù del “phone”, dall’incapacità di orientarci senza la voce metallica che ci guida, dell’imposizione di itinerari predefiniti. Siete milanisti? Infilatevi nel Bar Principe dalle parti del Cimitero Maggiore. Interisti (vabbé..) scegliete Amala in quel di Imbonati. Scoprite i diversi bar “PIcchi” di Milano capaci di resistere anche nelle zone “sciccosissime” della città (tipo via Melzo), non perdete una visita da Lucio al Bar Contagio al Corvetto (salamini piccante e ricottina fresca), immergetevi nella storia di Milano alla Trattoria Aida di via Meda e al Bar Azzurra non chiedete un toast (perché usano il pane al posto del pan carré). E se volete conoscere il significato di ciclismo eroico, spostatevi a Bruzzano nella magnifica bocciofila dedicata prima a Serse e poi, dopo, anche a Fausto Coppi.

Orientiamoci e perdiamoci con questa guida tascabile e i suoi 41 luoghi sinceri. E la città sarà nostra: perché vogliamo le rose e i grattaceli ma anche il pane e (non per tutti…) l’insalata di nervetti come contorno.

Collettivo anonimo, I posti sinceri di Milano, Il Saggiatore, 15€

Stiamo cucinando il mondo

“Da una prospettiva geologica considero tutto l’Olocene come un Antropocene. Dal punto di vista del fuoco, oggi considero l’Antropocene come un Pirocene”. Così si esprime Stephen Pyne autore di un libro attualissimo benché esito di ricerche che risalgono al 2015 quando pubblico il saggio The Fire Age, il Pirocene, dedicato all’età del fuoco.

Come in passato la diffusione dei ghiacciai spinse il Pianeta in un’era glaciale, oggi l’uso illimitato dei combustibili sta contribuendo, in maniera decisiva, a creare l’era del fuoco: il Pirocene appunto.

L’evoluzione ci ha fatto incontrare il fuoco buono, quello che consente di cucinare, riscaldare, produrre, migliorare le condizioni di vita e fare salire in cima alla piramide Sapiens. Ma ora abbiamo davvero esagerato: il contatto con il fuoco è mediato, specialmente nelle città, dalla tecnologia, la combustione controllata dall’ingegneria meccanica lo ha rinchiuso nelle macchine.

Ma ovunque bruciamo, produciamo fuoco: solo non lo vediamo direttamente, se non nei modesti barbecue che allietano, più o meno le sempre più calde serate estive . E poi lo vediamo proposto dai media con i funesti incendi che a partire dal 2019 stanno accendendo il mondo. E’ un fuoco globalizzato quello che dalla Siberia arriva in Asia, in Australia, in California, nella penisola Iberica, in Francia, sugli Appennini, sul Carso.

Abbiamo esagerato, ma ora? Come possiamo convivere con il fuoco? Ciò che iniziò come un patto di reciproca assistenza fra ominidi e fuoco “è diventato un patto faustiano”
C’è un fuoco ecologico nei paesaggi viventi, nei paesaggi rurali e selvaggi e un fuoco industriale negli ambienti costruiti. Come trovare nuovo equilibrio, come lavora con il fuoco anziché contro? Tantissimi gli esempi fatti da Payne sulla base della storia del culturale umana del fuoco. La convivenza fra la narrazione prometeica del fuoco – l’accaparramento – e quella francescana della condivisione non possono più convivere. Abbiamo bisogno di una relazione virtuosa con il fuoco, perché noi ne abbiamo bisogno mentre “lui” non ha bisogno di noi.

Stephen J. Pyne, Pirocene. Viaggio nell’età del fuoco, tra passato e futuro, Codice Edizioni, 21€

La natura è la terapia

Da Bristol Samantha Walton ci manda un messaggio preciso: esiste una terapia della natura lontana dal wellness o dall’approccio glamour (?) di influencer patinati che ci fornisce sollievo, che guarisce le ferite. Si chiamala biofilia ed è stata descritta dal biologo E. Wilson.

L’amore per la natura è frutto di millenni di evoluzione durante i quali abbiamo vissuto a contatto diretto con gli habitat naturali, sviluppando i sensi che ci rendono capaci di distinguere fra minacce e salvezza naturale. “La natura è la chiave della nostra soddisfazione estetica, intellettuale, cognitiva e persino naturale” e la biofilia è il nostro amore per la vita e il desiderio di entrare in connessione con altri essere viventi.

Senza rinnegare il contributo, decisivo, che medicina e farmaci danno per curare, guarire, riabilitare ferite fisiche e psichiche, la Walton ci indica un approccio che supera la separazione fra biosfera, persona e società, una contro-narrazione di quella del business as usual. La pandemia, le guerre, l’acuirsi talmente insopportabile delle disuguaglianza da diventare la secondo causa della depressione, no non è business as usual. La nostra salute, il nostro star bene è (anche) un fatto sociale (sullo sfondo echi di Giulio Maccacaro, Laura Conti e Franco Basaglia)

L’approccio della Walton come in tutte le ricerche contempla domande e dubbi. I paesaggi terapeutici, boschi, parchi, laboratori e fattorie, sono davvero efficaci? L’autrice vuole capire se, come e perché. Anche affrontando la nascita di leggende, miti, credenze religiose che hanno affidato a laghi, fiumi , acque una funzione salvifica: Lourdes come le divinità acquatiche di Mami Wata, al Gange chiedendosi anche se vi sia anche una deriva irrazionale (il Gange è sacro e quindi non è inquinato mentre è terribilmente sporco),

L’esigenza di contatto stretto fra natura e umani è reale. Ciò dovrebbe indurre a fare anche dell’agricoltura un elemento terapeutico ma quando progettata solo per l’iperalimentazione di una parte del mondo, essa diventa luogo di sporcizia, diffusione di malattie e virus.
C’è un’agricoltura che mette insieme benessere e sicurezza di agricoltori, consumatori e ambiente? Vanda Shiva la chiama “agricoltura non violenta”, quella che considera i semi non solo come origine delle piante ma depositari di di storia e cultura. In quelli geneticamente modificati di Cargill e Monsanto, falsamente risolutori di siccità e infezioni, è contenuto racchiuso il ciclo vizioso di debito e povertà dei piccoli agricoltori. Il mondo produce già cibo per tutti.

Il paesaggio naturale contempla luoghi che dovrebbero essere rispettati per come sono (es. molte foreste possono essere pericolose per gli umani ma non per questo dobbiamo addomesticarle e trasformarle in parchi-gioco a nostro uso e consumo), altri sono frutto del contatto virtuoso con l’agire umano. Attiviamo buoni contatti e anche i campi ben coltivati ci daranno piacere, sollievo, rilassamento, lucidità della mente. Dalle Bucoliche in poi.

Samantha Walton, Luoghi per guarire, Ponte alle Grazie, 20€

Metti la casa in agenda

In quanti modi si può abitare una casa? Almeno in trentanove modi diversi, quelli presentati in questa piccola antologia di racconti brevi. La scrittura è quella poetica e ricca di umorismo, di María José Ferrada, i disegni sono quelli che di Pep Carriò che, ogni giorno fa un disegno sul suo taccuino. I suoi pennelli fanno apparire alberi, isole e, naturalmente, case. 

Pep, dal suo appartamento a Madrid, porta avanti i suoi studi sul tempo che passa. Misura del tutto sono le agende, lo fanno sulla carta e, quando hanno la copertina nera, sono un’invenzione troppo bella per sottometterle a riunioni o numeri di telefono. E quindi le riempie di disegni.

Una di queste agende è arrivata nelle mani di Maria Josè Ferrada di Santiago del Cile che si è detta: inveterò una storia per ogni giorno.

E così prende forma questo libro in cui a ogni casa disegnata è abbinata una delle storie di Maria: un testo e un/una protagonista. Per ognuno degli abbinamenti troviamo una storia che è anche una riflessione sul rapporto dentro-fuori, utile-futile e sulle parole ‘abito’, ‘comportamento’, ‘abitare’ le case, le cose.

Belli i disegni, fantastici i racconti

Maria Josè Ferrada -Pep Carriò, Case, Topipittori, 18€, adatto a bambini da 7 anni in su (adulti inclusi…)

O capitano mio capitano!

Il capitano della Nazionale e uno dei migliori giornalisti sportivi del momento ci fanno ancora sognare. A 40 anni dall’indimenticabile ’82, da un Mundial pieno di simboli e suggestioni extra calcistiche, da una favola irripetibile che molti di noi hanno avuto la fortuna di vivere, solo la sobrietà di Dino Zoff e del suo interlocutore Maurizio Crosetti ci salvano dalla melassa retorica di un insopportabile nazionalismo.

Ma quella vittoria fu vera, Sandro Pertini era davvero al Bernabeu, i tifosi catalani e spagnoli tifavano davvero Italia e il Brasile, a 12 anni dalla sconfitta dell’Azteca, fu davvero battuto!

Questo libro è il racconto di una insperata vittoria sportiva vista attraverso la carriera, la forza, la tenacia, la saggezza di Dino Zoff, friulano come quasi tutta la panchina italiana. Ve li ricordate Enzo Bearzot, Cesare Maldini, Leonardo Vecchiet (il dott. Vecchiet!) tutti in panchina ad attendere il fischio finale dell’arbitro Klein e di Coelho?

In un mondiale che vede il rientro stentato di Paolo Rossi dopo la squalifica per il suo coinvolgimento nella vicenda del Calcioscommesse (smentita poi dal processo penale che lo assolse), un pessimo esordio nel girone di qualificazione con il passaggio ai quarti acciuffato con controversi pareggi, il cammino della Nazionale sembra senza futuro: gli avversari si chiamano Argentina e Brasile e Rossi non ha ancora segnato un gol. Che ci sta a fare? Le polemiche e le critiche ai giocatori e all’allenatore sono più che pungenti, feroci. E allora i giocatori decidono di affrontare le prossime sfide attuando il silenzio stampa: una cosa mai vista.

Racconta Zoff: “…più di un giornalista aveva esagerato, e contro Bearzot la critica era…violenta. Eppure fu proprio lui a non essere d’accordo con il silenzio stampa, e lo disse al gruppo. Ma siccome Bearzot era un vero democratico, ed era rispettosissimo degli altri, prese atto che la maggioranza di noi preferiva tacere…”

Effetto sliding doors! Senza quello stentato primo girone la Nazionale non avrebbe giocato con Argentina e Brasile e non sarebbe entrata nella leggenda. Paolo Rossi segna 3 gol al Brasile (e altrettante parate decisive di Dino Zoff), 2 alla Polonia e 1 alla Germania e sarà per sempre Pablito, hombre de partido.

Sarrià e Nou Camp di Barcellona, Bernabeu di Madrid: un po’ di nostalgia nella “voce” di Dino Zoff si sente, ha il doppio degli anni di quell’11 luglio 1982 ma come dicono dalle sue parti “la vecchiaia è dura ma speriamo che duri” .Come la traccia di speranza lasciata in milioni di italiani e italiane: si se puede!

Dino Zoff e Maurizio Crosetti, La coppa più bella del mondo, Baldini+Castoldi, 18€

Monte Bianco. Fino a quando?

8 agosto 1786: a Chamonix, in una giornata magnifica, il barone prussiano von Gersdorf punta il suo cannocchiale verso la cima e vede qualcosa di straordinario. Due puntini in movimento sono nei pressi dei Rochers Rouges a oltre 4500m: Jacques Balmat e Michel-Gabriel Paccard stanno raggiungendo il punto più alto d’Europa, la cima del Monte Bianco.

Laddove si incontrano Francia, Italia e Svizzera, senza confini e frontiere, i paesaggi sono meravigliosi e, come disse Walter Bonatti “il Monte Bianco illuminato dagli ultimi raggi del sole riappare come un grande cono di cristallo, lucente, più bello, più severo…”

Il libro di Stefano Ardito è un inno alla natura, all’alpinismo – agli alpinisti e alpiniste – alla Storia che ha attraversato uno dei monumenti naturali più belli del mondo: un racconto-saggio sull’incontro fra natura e umanità. Ma fino a quando?

La neve e il ghiaccio della montagna più alta d’Europa si stanno sciogliendo a ritmi sempre più sostenuti: in Val Ferret, il ghiacciaio Planpincieux è costantemente monitorato per timore di crolli su paesi e strade carrabili, la Mer de Glace è ridotta ai minimi termini. I ghiacciai si stanno frammentando, la riserva d’acqua alpina è in pericolo. Noi siamo in pericolo.

E allora, se i cambiamenti non sono più evitabili come dobbiamo adattarci, a cosa dobbiamo rinunciare affinché non venga dispersa la bellezza e la leggenda del gigante delle Alpi?

Stefano Ardito, Monte Bianco, Laterza, 24€

Lungo la Transiberiana l’umanità di tutta la Russia

Anche se la Russia vive uno dei periodo più bui della sua storia, vale la pena di accendere la luce su un paese immenso, vario, multietnico e multiculturale con questo magnifico libro di Alexandra Litvina, illustrato da Anna Desnitskaya: rivolto a ragazzi e ad adulti curiosi.

Al di qua e al di là degli Urali, la lunga catena montuosa che dall’Artico verso sud “disegna” il confine convenzionale fra Russia europea e asiatica, una ferrovia fa di quel territorio un unico Paese: dal 1891 la Transiberiana collega Mosca a Vladivostok con 9288 km. e 146 stazioni, 146 ore per un viaggio mitico e unico per scoprire la Russia.

Fondamentali per la realizzazione di questo libro sono stati bambini e adulti che abitano città e villaggi lungo la Transiberiana: 76 persone che con suggerimenti, memorie, cucina, tradizioni locali, storie e Storia compongono una vera e propria guida della Russia.

Nel libro apprezzeremo il ruolo fondamentale del (o meglio della) cuccettista: è lei che fornirà un annaffiatoio con cui lavarsi in piedi nel bagno , che porterà il te, vi scalderà o conserverà gli alimenti che avete portato con voi nel forno a microonde e nel frigorifero, vi venderà i biglietti della lotteria e, se vi è toccata la cuccetta superiore, vi fornirà gratis le cinture di sicurezza e, per i bambini, una culla da viaggio.

Fra disegni, tips linguistici, riassunti storici, consigli pratici di viaggi su abbigliamento, scelta di vagoni e cuccette, descrizione di città, fiumi e ponti, laghi, boschi piante e animali, case, feste, strumenti musicali tradizionali scopriremo molte cose. Per esempio:

  • Ekaterinburg è considerata la capitale del rock russo. Qui sono conservati oltre 140 edifici in stile “costruttivista” dove bagni, cucine, saune erano spazi in comune (co-housing spinto e molto rock!);
  • Tjumen: si narra che i mercanti di qui allungarono a chi di dovere una consistente bustarella per deviare il percorso della ferrovia qui dove non era previsto e che il luciferino Rasputin, insoddisfatto della toilette della stazione, ne fece costruire una nuova di tasca sua;
  • Kargat: sullo stemma della città è raffigurato un grappolo di ribes e molti pensano che Kargat derivi dal turco “bacca nera. Nel museo locale sono conservate ossa di mammut;
  • Jurga: all’inizio del XX secolo furono scoperti i petroglifi di Tutalskaja, incisioni rupestri di animali risalenti fino a 8000 anni fa. Qui d’estate si svolge la gara dei passeggini: i genitori decorano quelli dei figli e tutti votano i più belli o curiosi;
  • Krasnojarsk: è una fra le più antiche città della Siberia. In inverno la temperatura può scendere fino a -50 gradi e le gelate capitano anche in giugno. E’ sede della più grande fiera del libro dopo Mosca. Nei boschi della Siberia orientale vive il mosco siberiano, un po’ più piccolo del cervo , erbivoro ma dotato, nei maschi di lungo zanne ricurve sporgenti dal labbro inferiore
  • Irkutsk: i primi insediamenti umani risalgono all’età della pietra. Nello stemma della città settecentesca spicca la tigre dell’Amur, simbolo di saggezza e potere, e lo zibellino simbolo della ricchezza della Siberia. Numerose sono le vecchie case di legno in stile barocco, neoclassico, liberty ed eclettiche, le cui finestre sono decorate da cornici e fregi intagliati. In alcune di esse non c’è acqua corrente e gli inquilini devono andare alla fontanella del cortile.
  • Estremo oriente: qui a Khabarovsk visse il famoso cacciatore e guida della taiga Dersu Uzala reso celebre dall’esploratore Vladimir Arsenev e soprattutto dall’indimenticabile film di Akira Kurosawa. In quest’area si snoda il fiume Amur, lungo 2824km lungo Russia, Mongolia e Cina. In questo territorio troviamo una varia di gruppi etnici incredibile: buriati, eschimesi, azeri, armeni, ucraini, moldavi, polacchi, ceceni, tagiki, cinesi, zigani, vietnamiti, ecc. ecc. ecc…

L’itinerario della “Magistrale Transiberiana” stava nel cassetto dei sogni di molti. Quando la geopoetica l’avrà vinta sulla geopolitica torneremo a sognarla.

Alexandra Litvina – Anna Desnitskaya, Transiberiana. Tutti a bordo! Donzelli, 27€

Sola me ne vo’ per la città

La parola “passeggiatrice” è decisamente fuori moda ma ancora ricorda a molti la prostituta che va e su e in attesa dei clienti. Ben altra cosa è il passeggiatore, che diventa subito flaneur, figura che evoca libertà, autonomia, arte come Baudelaire, Benjamin, Poe, tutti grandi camminatori a zonzo per città e quartieri.

E Georges Sand, Virginia Woolf, Jean Rhys, Agnès Varda, dove le mettiamo? Loro sono le Flaneuse, che insieme a tante altre, hanno osato uscire di casa e camminare da sole alla conquista delle città, assaporando il fresco profumo della libertà e l’indimenticabile gusto dell’indipendenza.

Con o o senza macchina fotografica non disegnate accurati itinerati, abbandonate quel google map che vi segue ovunque – precedendovi! – e andate a zonzo per vie e viette, calle e campielli, avenue e avenida, street e road.

Da Parigi a Tokyo, da Londra a Venezia e New York dove l’autrice, Lauren Elkin è nata, i capitoli diventano inevitabilmente dei suggerimenti, delle esplorazioni guidate di luoghi sconosciuti o molto noti: quello che cambia è lo sguardo, lo spirito, il senso di appartenenza a città amate, a città perdute e ritrovate. Nell’incontro con una libreria o un bistrot, con negozietto di bigiotteria con il sontuoso Tiffany, l’indicazione qui è chiara: uscite di casa e siate flaneuse! “Affermiamo il nostro diritto di disturbare la pace, di osservare (e non osservare), di occupare (e non occupare) e di organizzare (o disorganizzare) lo spazio, alle nostre condizioni”

Lauren Elkin, Flaneuse, Einaudi, 21€

Libertà vo’, ancora, cercando

Da bambina Lea Ypi era felice e pensava di essere veramente libera.

Nel mondo sigillato dello “zio Enver” Hoxa, la bambina Lea cresce con la profonda convinzione di essere stata fortunata a nascere e crescere in Albania. Pur immersa nell’indottrinamento della “dittatura del proletariato”, forte è la suggestione di un’idea di un’uguaglianza e giustizia perfetta.
E’ felice nella sua piccola patria dove la solidarietà e l’aiuto fra vicini e parenti non manca mai. E’ felice nella sua famiglia composta da una nonna che – non si sa perché – parla benissimo il francese, da una mamma sempre arrabbiata e un papà che ne riconosce l’anima ribelle e la chiama “brigatista”. Fino a quando…
Fino a quando si ritrova aggrappata a una statua di Stalin, appena decollata durante le proteste degli studenti. L’utopia del comunismo non si è realizzata. Il mondo attorno, il suo mondo, crolla.
E così Lea scopre chi era il vecchio primo ministro Ype, il cui cognome aveva compromesso “la biografia” di papà, da dove deriva lo charme della nonna, assiste, non incredula, alla trasformazione della mamma in una feroce liberista, alla permanenza dei sogni di giustizia del padre.
Il regime crolla, le persone emigrano verso il “paradiso” Italia: prima accolte e poi respinte. Ma la realtà albanese del post comunismo degli anni ’90 è fatta di violenza, di costituende mafie, di venir meno delle poche povere sicurezze per tutti. E anche quando la situazione sembra normalizzarsi e le elezioni garantiscono un voto libero, qualcosa non torna nel nuovo mondo. La porta girevole rimette in pista la vecchia nomenklature che si riciclano approfittano delle privatizzazioni selvagge. Alla scintillante Tirana di oggi si contrappone la persistente povertà delle campagne dove i politici diventano ricchi capitalisti a scapito dei contadini.

Nel frattempo Lea ha lasciato l’Albania, un permesso che le consentirà di studiare in Italia e in Europa.
Oggi è una rinomata filosofa politica che insegna alla London School of Economics: la passione per il mondo che la circonda non l’ha mai abbandonata. E’ consapevole che la sua posizione è un privilegio nell’Inghilterra le tremende ricette liberiste – Thatcher profeta in patria – hanno scavato un fossato economico, sociale e culturale apparentemente incolmabile. Dove la libertà formale e quella sostanziale divergono sempre più.
E allora, come definire l’autentica libertà, come conquistarla senza dittature ideologiche né di un mercato selvaggio e senza regole, governato dai pochi a scapito dei molti?

Lea Ypi, Libera, Feltrinelli, 18€