Passa al contenuto principale

Autore: lorena.ferrari@pagina59.it

Ribellatevi ragazzi, iniziate a leggere!

Diciamolo, la scelta dei genitori di Pierluigi di andare in vacanza a Banalia, un posto non particolarmente bello, è molto discutibile. Lì ci si annoia e basta.

Certo si incontrano nuovi ma anche loro si annoiano.
Fin a che si scopre che a Banalia… vige il DIVIETO ASSOLUTO DI LEGGERE LIBRI.

E non c’è come vietare qualcosa per trasformare una vacanza noiosa in un’avventura coinvolgente fra missioni segretissime, roccaforti nascoste, fughe e inseguimenti, libri rubati, libri tagliati dove ciò che rimane si trasforma un enigma la cui risoluzione richiede..la lettura dell’intero libro.

D’altro canto cosa c’è di più avventuroso che leggere un libro?

Un libro “per gioco” (attenzione non un game book…) che attiva la fantasia e lo spirito di iniziativa, un inno alla lettura e alla felicità che genera, scritto da due amici grandi appassionati di libri: lo scrittore Baccalario e l’editore Spagnol, quello che ha scoperto e portato in Italia Harry Potter e la gabbianella di Sepulveda e lasciato in eredità il catalogo Salani, uno dei più importanti e riconosciuti al mondo nell’ambito della letteratura per bambini e ragazzi .

Pierdomenico Baccalario, Luigi Spagnol, Book Rebels, Salani editore, 14,€. Consigliato da 8 anni in su

La guerra che non c’era e ora c’è

“Nel 2014, abbiamo trascorso un mese e mezzo nell’Ucraina devastata dalla guerra. Una guerra che non c’era, perché i media occidentali se ne sono quasi subito dimenticati. Una guerra che ora c’è, purtroppo, e che ha ricominciato a distruggere, ammazzare, bruciare, mutilare.. Concentrarsi sui pretesti (chi ha invaso chi, chi possedeva cosa) significa tapparsi gli occhi, facendo il gioco di chi sta fomentando questo conflitto.”

Andrea Sceresini e Lorenzo Giroffi erano 2 giovani giornalisti italiani, forse un po’ incoscienti. quando iniziarono a occuparsi della guerra fantasma del Donbass: un’odissea fra trincee, battaglie e posti di blocco, miliziani dal volto umano, ufficiali alcolizzati e cocainomani, volontari di mezza Europa ubriachi di ideologia, bombardamenti.

Il libro del 2015 deve essere aggiornato, fin dal titolo:La guerra che non c’è diventa La guerra che non c’era. Più devastante, più pericolosa, più visibile. Il fantasma si è palesato: carri. La Russia ha invaso l’Ucraina. La nostra percezione è cambiata perché ora vediamo e temiamo che possa coinvolgerci. E allora la guerra c’è. Un racconto aggiornato a oggi attraverso ritratti e storie delle persone che la fanno e che la subiscono.
Il pianeta dell’Antropocene, pervaso di sofisticate tecnologie e modelli di vita sempre più omologati affronta le controversie come se fosse nell’Olocene: i combattimenti, le distruzioni, i morti, i profughi. Nulla di nuovo sotto il cielo di Homo Sapiens (?)
Andrea Sceresini, Lorenzo Giroffi, Ucraina, la guerra che non c’era, Baldini+Castoldi, 18€

Festeggiamo tutti i papà, anche quelli futuri!

Ugo è davvero un tipo “avanti”.
Per il suo compleanno ha già chiesto parecchi giochi. Ma sono tutti giochi che gli serviranno per allenarsi al mestiere che vuole fare da grande.

Per lui, quello, è il lavoro più bello e più importante di tutti. Certo, ci vogliono braccia forti, tanta pazienza, un po’ di fantasia, tanto cuore, cervello e… resistenza ai cattivi odori.
Inoltre quello è un lavoro che non si può abbandonare e che non ti abbandona mai. Dura tutta la vita!
Ma che cavolo di lavoro è?

Per la festa del papà vi proponiamo un libro originale e creativo (si possono aggiungere altri giochi, a richiesta…). Oltre gli stereotipi e i luoghi comuni, rimangono i desideri autentici dei bambini.

Fulvia Degli Innocenti, Francesco Carabelli, Il mestiere più bello del mondo, La Margherita, 14€. Consigliato dai 5 anni in su

L’Europa con la guerra nel sangue

Che gran libro Zona di Mathias Enard!
Ripubblicato da E/O con profetica tempestività, ci accompagna nell’Europa che cammina, da sempre, su macerie e cataste di cadaveri, mentre costruisce luoghi indimenticabili, sontuosi, pieni di vita. Pubblicato in prima edizione nell’agosto 2008, quando i carri armati di Putin entravano in Georgia, arriva in libreria mentre gli stessi carri armati entrano in Ucraina.
Francis Mirkovic ci rende partecipe delle sue esperienze sul treno che da Milano lo conduce a Roma o, meglio, in Vaticano dove spera di chiudere la sua carriera di spia franco-croata con un’ultima missione: consegnare una valigetta di dossier sui personaggi malvagi che ha incontrato, tutti affascinati dal male che hanno commesso.
In un interminabile flusso di coscienza, Francis Mirkovic racconta le sue esperienze attraversando le frontiere di spazio e tempo della storia d’Europa, fatta di persecutori e vittime, di guerre dirette e per procura, nel continente lungo le sponde del Mediterraneo. Un’affresco del secolo breve che srotola eventi, citazioni di guerre antiche e contemporanee, occupazioni, conquiste e ri-conquiste, nei secoli dei secoli.

Mirkovic lo fa a partire dalla sua esperienza personale di spia al servizio della République, nell’Algeria degli sgozzatori e dei torturatori, nella Siria delle prigioni sotterranee in mezzo al deserto piene di oppositori torturati e disperati, a Il Cairo dove si è rifugiato il porno nazista Harmen Gerbens, nei racconti della guerra infinita di Beirut nel ricordo dei militanti palestinesi giustiziati dalla furia della falange cristiana, negli incontri con complici ed esecutori di un passato mai passato fatto di deportazioni e lager. Ma lo fa anche come ex combattente-carnefice nelle milizie croate nella guerra della ex Jugoslavia, sospeso fra le lacrime per gli amici morti e i fantasmi dei nemici serbi e musulmani uccisi, degli stupri e dei massacri di innocenti. E’ il buco nero della vita di Francis, quando sentì il richiamo dei fratelli croati. Lui, figlio di Marija Mirkovic, di fede ustascia con in casa il ritratto di Ante Pavelic, capo dello stato fantoccio creato durante la II guerra mondiale e amico di Mussolini, così crudele in sensato da scandalizzare persino i nazisti.

La galoppata di Enard fra guerre, orrori e amori è autentica letteratura ma anche storia e geografia, di omerico peregrinare nel Mediterraneo, sostenuta da una scrittura (e da una traduzione!) incredibile, che lascia senza fiato. E che sembra dirci che, in fondo, il vero DNA di noi europei, non è l’umanesimo, il cristianesimo, la solidarietà, la libertà, la cultura, pur così presente ed emozionante nel libro, bensì la guerra.
Fu solo perché la seconda guerra mondiale ci colpì tutti, popoli vinti e vincitori, che decidemmo che era ora di smettere, che era tempo di “unione europea”? Ce ne ricorderemo, ce ne stiamo ricordando?

Mathias Enard, Zona, edizioni E/O, 19€

La vita breve di Pier Paolo Pasolini

Il 5 marzo 2022 ricorrono i 100 dalla nascita, a Bologna, del “friulano ” Pier Paolo Pasolini. Scrittore, regista, attore, saggista, militante politico, Pasolini fu un autentico intellettuale, fra i più importanti del Novecento, capace di pensare il mondo che verrà.
Se la Cineteca di Bologna completa il restauro dei suoi film, l’ampiezza dell’attività letteraria offre agli editori un ampio spazio per la pubblicazione di nuove edizioni, di biografie, di ricordi di chi l’ha conosciuto, di raccolte di lettere, di Petrolio, l’opera interrotta così come la sua vita con l’omicidio del 2 novembre 1975 sul Lido di Ostia.

Fra i numerosi titoli, di cui forniamo oltre un elenco parziale e in divenire, ne segnaliamo due.
1) La lunga strada di sabbia. E’ un reportage, commissionato dalla rivista “Successo”, che Pasolini realizza fra il giugno e l’agosto del 1959 lungo la penisola, partendo da Ventimiglia fino a Trieste, inoltrandosi nel sud d’Italia fino a Porto Palo. La gioia e l’allegria che caratterizzano le settimane di Pasolini, al volante della Fiat 1100, ci consegnano un’inedita guida turistica dell’Italia che sta varcando la soglia dell’industrializzazione e della modernizzazione ineguale. Un’Italia percepita ancora innocente, da scoprire, su cui si posa lo sguardo acuto ed emozionato del futuro regista.
2) Breve vita di Pasolini. Una piccola preziosa biografia scritta dal cugino Nico Naldini. Un ritratto essenziale in cui tutto è però delineato. La storia artistica e privata di un visionario, di un uomo che ha guardato il mondo dal punto di vista dei semplici, che ha coltivato la “competenza dell’umiltà”, che ha affrontato, anche dentro il Partito Comunista Italiano di cui fu militante, la sua diversità. Naldini mescola documenti e ricordi personali disegnando una traiettoria che dall’infanzia delle estati in Friuli finisce in un quella terribile morta violenta, qui raccontata scevra da complottismi e misteri.

Pier Paolo Pasolini
– La lunga strada di sabbia, Guanda, 14€
Le grandi poesie, Garzanti, 20€
– I grandi romanzi, Garzanti, 20€
I grandi interventi civili, Garzanti, 20€
Le lettere, Garzanti, 60€, a cura di Antonella Giordani e Nico Naldini
Petrolio, Garzanti, 28€, a cura di Maria Careri e Walter Siti
– Ragazzi di Vita, Garzanti, 20€, copia anastatica della prima edizione, copertina originale di Fulvio Bianconi
– Una vita violenta, Garzanti, 24€,
copia anastatica della prima edizione, copertina originale di Fulvio Bianconi

Su Pasolini
Fulvio Abbate, Quando c’era Pasolini, Baldini+Castoldi, 19davi€
Dacia Maraini, Caro Pier Paolo, Guanda, 15€
Nico Naldini, Breve vita di Pasolini, Guanda, 15
Renzo Paris, Pasolini vs Moravia. Due volti dello scandalo, Einaudi, 15,50€
Davide Toffoli, Pasolini, una graphic novel, Rizzoli Lizard, 17€

La nostalgia e il desiderio

Superate le prime pagine non lo lascerete più.
Un romanzo-diario dal ritmo incalzante, come la voglia di crescere e conoscere degli adolescenti, quelli della fine degli anni ’60, quando anche le ragazze relegate nelle scuole per segretariato si imbattono in Kerouac, in Dylan Thomas e in Bob Dylan. Nel frattempo, là fuori, gli amici maschi “tagliano la scuola” per andare in manifestazione e portano alle amiche le poesie di Majakowski.
La compagna Natalia ci offre il punto di vista delle ragazze sull’educazione sentimentale e politica di quegli anni, ci racconta la vita quotidiana, la scuola, le compagne di classe, l’oratorio la famiglia, quella delle periferie torinesi, le amicizie, i cambiamenti improvvisi dell’umore e degli amori. Ogni giorno succede qualcosa. Si scopre che il “don” è un innovatore, che la prof. di lettere, apparentemente rigida e impaurita, è una sorprendente conoscitrice della beat generation e passa le vacanze negli States, che l’amico “pel di carota” è assai interessante, che l’amico d’infanzia ha la leucemia. Ma soprattutto si impara a conoscere Natalia, l’amica “atea e comunista”, tanto misteriosa e desiderata, la cui indesiderata gravidanza spinge i professori a introdurre un corso di educazione sessuale. Ah Natalia! Era la più intelligente, la più determinata, la più amata, la più sfortunata.
“…i miei morti mi mancano ogni giorno alle 17 e “mi appaiono tutti nel loro momento migliore”.

Lo sguardo inedito di Antonia Spaliviero su una generazione spesso “inquadrata” in rigidi canoni – quelli del ’68 – è ricco di ironia e poesia, accanto alla passione, anche politica, di quegli anni. Attiva la nostalgia, un’energica nostalgia, per i “vecchi adolescenti” e il desiderio ancora inespresso per quelli nuovi.

Questo libro è il primo dell’attività di riordino dei diari della moglie, morta nel 2015, che Gabriele Vacis sta facendo. In attesa del prossimo, possiamo dire che La compagna Natalia è un piccolo gioiello.

Antonia Spaliviero, La compagna Natalia, Sellerio, 14€

E la Drina si tinse di rosso

“Bersaglio mobile di ogni cecchino” cantavano i CSI, dedicando a Sarajevo-città una canzone indimenticabile.
La città simbolo della convivenza fra popoli, religioni, culture ha subito l’assedio più lungo della storia d’Europa, “rubando il primato a Leningrado”.
Ogni giorno gli abitanti di Sarajevo lottavano per un po’ d’acqua, di cibo, di combustibile. Ogni giorno, mentre attraversavano una strada o andavano al mercato, dovevano guardarsi dall’etnico cecchino serbo-bosniaco e la sera dai rastrellamenti. Non andò meglio agli abitanti delle altre cittadine e villaggi con una forte presenza bosgnacca (musulmana). Qui le bande paramilitari del serbo Raznatovic (Arkan) o del croato Praljak, veri e propri manipoli di criminali uccisero, rapinarono, e stuprarono. Accecati dalle ideologie nazionalistiche, dalle malsana idea di pulire dai “turchi” la patria serba o la patria croata, restituirono all’Europa parole che sembrano confinate alla II guerra mondiale: rastrellamenti, deportazioni, lager, pulizia etnica.

A Visegrad, sotto il magnifico ponte di Mehmed Paša Sokolović, celebrato dal premio Nobel Ivo Andric, il fiume Drina diventò rosso del sangue di centinaia di persone. A Visegrad, nell’albergo Vilina Vlas, duecento fra donne e bambine vennero violentate e uccise. Ebbene quell’albergo oggi è un centro termale magnificato ai turisti, mentre in città, oggi a maggioranza serba, il virus nazionalista ha ripreso a scorrere.
E’ questo il punto a cui ci porta l’ampia, dettagliata, drammatica ricostruzione della guerra di Bosnia, scoppiata 30 anni fa, che fece 100.000 morti e 2 milioni di sfollati, a cura dei giornalisti Francesco Battistini e Marzio G. Mian. Una ricostruzione che intreccia storia, cronaca, narrazioni. Furono le parole, i proclami, le false ricostruzioni storiche a creare il terreno fertile per l’orrore. Ce lo ricorda bene l’intervista che gli autori fanno a Radovan Karadzic, rinchiuso nel super carcere sull’isola di Wight.
Oggi quel mostro, quel “Frankestein”, è rappresentato dagli accordi di Dayton che, se misero fine al sangue, riconobbero le divisioni etniche, degli assassini, impedì un autentico processo di pace che non poteva non partire dal riconoscimento delle responsabilità collettive, dal dare un nome ad assassini e vittime. E’ per questo motivo che oggi il premier dello stato fantoccio della repubblica Srpska può tranquillamente negare il genocidio di Srebenica e minacciare ritorsioni o che autori di massacri e uccisioni siedono nei parlamenti dei Balcani.

Ma se è dimostrato che furono i civili musulmani a subire più di ogni altro la furia della guerra, e che le più ampie responsabilità vanno attribuite ai dirigenti serbi e serbi bosniaci come riconobbero le condanne inflitte dal Tribunale Internazionale dell’Aja (Milosevic, Karadzic, Mladic), nessun capo politico può dirsi innocente, nemmeno quelli dei paesi democratici o del Vaticano che, con il frettoloso riconoscimento dell’indipendenza croata, contribuirono a innescare il macello bosniaco. Tantomeno l’ONU o la NATO.

Perché occuparci oggi di fatti che sembrano non riguardarci? Perché la vicenda della Bosnia è uno specchio che riflette non solo la storia densa e tormentata dei Balcani compresa la fine del “sogno jugoslavo” di Tito, ma anche quella dell’Occidente, dell’Europa incapace di elaborare idee, soluzioni che non siano l’acquiescenza ai deliri di questo o quel leader nazionalista. Eppure quell’l’Europa, dopo il 1945, una grande idea l’ha avuta, l’Unione Europea, luogo ideale di diritto, solidarietà, giustizia. E’ in quello spazio che il grande Jovan Divjak. il colonnello serbo morto nel 2021 che organizzò la difesa civile di Sarajevo a protezione di bosniacchi e croati, pensava dovesse andare la Bosnia. Uno dei buoni della sporche guerre jugoslave.

Francesco Battistini e Marzio G. Mian, Maledetta Sarajevo, Neri Pozza, 19€

I can’t believe the news today

“Mamma mi passò davanti senza guardarmi e si fermò sull’entrata del soggiorno mentre la casa piombava nel silenzio. Il vostro papà è morto”.

Pasty Doherty era il papà dell’autore di questo libro. Era una delle 14 persone uccise a Derry il 30 gennaio 1972 dai parà britannici. I soldati spararono sui partecipanti a una marcia non autorizzata, ma assolutamente pacifica, volta a richiedere maggiori diritti per la minoranza cattolica e il miglioramento delle condizioni dei detenuti irlandesi nella carceri di sua maestà.
Quel giorno verrà ricordato come la domenica di sangue, uno degli episodi più assurdi dei troubles, i 30 anni delle aspre divisioni fra protestanti unionisti e cattolici pro-Irlanda che sconvolsero le 6 contee irlandesi annese al Regno Unito: occupazione militare, attentati, 2000 civili morti, fili spinati e irruzioni notturne, barriere e perquisizioni per entrare nei pub e nei centri storici delle città, morti per sciopero della fame.

L’autobiografia di Tony Doherty racconta quegli anni attraverso lo sguardo e le emozioni di un bambino di una famiglia operaia cattolica di Derry, città rimasta appesa alle sei contee, sul “confine” con l’irlandese Donegal.
Fra scuola, giochi e un’affollata vita domestica, Tony ci descrive la paura per i soldati inglesi e la figura di papà Patsy: uomo generoso e ispirato, anche nelle azioni quotidiane, da un grande senso di giustizia che trasmetterà al figlio. Figlio che, per alcuni anni, militerà nell’IRA (Irish Independent Army), conoscerà il carcere e poi sarà protagonista della campagna per la richiesta di scuse al governo britannico, avvenuta solo nel 2010.
Tony Doherty ora si batte per la riforma della sanità nordirlandese e perché non vengano condonate le responsabilità dei soldati che uccisero e degli ufficiali che ordinarono le uccisioni. Lo fa anche con Il piccolo di papà, primo titolo di una trilogia dedicata a Derry, al padre ucciso e alle ferite parzialmente sanate con la pace del Venerdì Santo del 1998. Ferite che la Brexit, con il possibile ristabilimento della frontiera fra Regno Unito e Irlanda, rischia di riaprire.

Tony Doherty, Il piccolo di papà. Storia di un’infanzia nell’Irlanda del Bloody Sunday, Nutrimenti, 17€

La vita italiana di Kobe Bryant

Christopher Goldman Ward è il figlio di un ex soldato USA e di un’italiana di Reggio Emilia. Nato a Varese ma cresciuto a Reggio dove, a 6 anni, durante una visita al mitico Palabigi si innamora del basketball ovvero del basket, della pallacanestro.

Non diventerà un grande campione, non sarà mai “un nerd” del basket, altri interessi, altre priorità, Ma a Reggio incrocerà Roosvelt Bouie, Bob Morse, Louis Orr, Dale Solomon. Rudy Hackett, Mike Reddick . E, infine, il piccolo Koby Bryant.
La Pallacanestro Reggiana ingaggia un americano già in Italia da alcuni anni e non più giovanissimo che, armi e bagagli e famiglia, si trasferisce a giocare proprio lì. Il suo nome è Joe Bryant e ha un figlio che si chiama Kobe.

Kobe inizia a giocare con Chris nel quintetto junior, condividendone la camera, i giochi, le feste. Va a scuola dalle suore dove si indossa un grembiule con il collo di pizzo (…), impara a parlare fluentemente la lingua italiana, si forma a scuola e si allena in campo secondo criteri italo- europei. Sostiene l’autore che l’esperienza formativa italiana ha fatto davvero la differenza per Kobe sul campo e nella vita: solide basi umanistiche e scientifiche, attenzione ai fattori umani. Sono i c.d. intangibles, ovvero lo sviluppo di una sensibilità peculiare unita al talento che, come sostiene Flavio Tranquillo, hanno fatto di Kobe un Black Mamba: concentrato, determinato, leader, pericoloso. Prima nel basket e, poi nella vita, come imprenditore, investitore e vincitore, nel 2018, di un Oscar per il miglior cortometraggio, ispirato alla sua lettera di addio allo sport.

Attenzione questo non è un libro sul basket, sui risultati, sull’NBA che pure centra bensì il racconto dell’amicizia fra 2 bambini, fra 2 ragazzi, fra un adulto e un uomo diventato leggenda. Non facile il passaggio per Chris, non facile ricordare che un tempo lui era più forte di Kobe. Ma conscio dei suoi limiti come delle qualità uniche del suo ex compagno di camera, l’autore ci svela il lato italiano di Kobe Bryant, la sua vita con “la cumpa” a Reggio Emilia, i rapporti fra le 2 famiglie, le foto fino all’ultimo incontro nel 2016 in California, alla terzultima partita di Black Mamba prima del suo ritiro. Dopo ci fu solo l’incidente del 26 gennaio 2020 in cui Kobe perse la vita insieme alla figlia Gianna.

Christopher Goldman Ward, Il mio Kobe, Baldini+Castoldi, 17€

Sono stata una bacha posh

Questa è la storia dell’autrice del libro, Ukmina Manoori, afghana pasthun. Questa è la storia di una bacha posh, una bambina “vestita da maschio”. Un’usanza tollerata anche dai religiosi che consente a una famiglia maschi di travestire una figlia femmina affinché possa muoversi, lavorare, fare le commissioni fuori casa. Una famiglia senza maschi rischia il disonore e la malasorte.

Così Ukmina-bambina dall’identità negata potrà andare in bicicletta, giocare a pallone, spostarsi da sola e parlare con tutti. Per questo potrà godere di libertà impensabili per una bambina e comprenderne il destino di prigioniere al servizio dei maschi della famiglia prima e del marito poi. E per tutti questi motivi quando – ormai cresciuta – il padre le ordinerà di tornare femmina, di vestirsi da femmina, lei rifiuterà.
Perché lei è si una femmina ma vuole vivere come un halaka, che in lingua pasthun significa colui che è libero di muoversi senza limitazioni: libera e coraggiosa non schiava e paurosa.

E’ una storia incredibile quella di Ukmina, arrivata al palazzo delle Nazioni Unite per difendere i diritti delle donne e che ci dice che, ovunque, anche qui in Occidente, nessuna bambina deve avere meno diritti, opportunità o libertà di un bambino.

Ukmina Manoori con Stephanie Lebrun, Le bambine non esistono, Libreriapienogiorno, 16,50€