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Autore: lorena.ferrari@pagina59.it

59 sogni per tutti

“Dicono tutti che gli yeti non esistono. Eppure eccomi qui”.

Premio Andersen 2021 per la fascia 6 – 9 anni, Murdo è davvero un libro originale con una grafica che incuriosisce e testi che stimolano l’immaginazione dei bambini ma anche quella, un po’ rattrappita, degli adulti.

MURDO, lo yeti, sogna di esistere fuori di un libro, di vivere su montagne che non siano di carta. Vorrebbe nascondersi in una scarpa, quella di un gigante perché è troppo grosso. Vorrebbe attraversare gli specchi, passare l’inverno in una tana sotto a un albero con gli amici King e Kong. Su un albero vorrebbe anche viaggiare. E poi sogna il panino con tutto, bello pieno di formaggi e verdure, salami e gamberi, mirtilli e..molto altro.

Ma MURDO ha anche desideri più..spirituali: dare il nome a una canzone, confidarsi con un sasso, telefonare a qualcuno che è morto. E poi si fa un sacco di domande come quella in cui si chiede perché qualcuno (sicuramente un uomo) ha deciso di chiamare lo yeti l’abominevole uomo delle nevi. Abominevole non è molto gentile mentre tutti i suoi amici lo trovano adorabile, anche se lui ha sempre sognato di scrivere un libro che finisce con una nevicata.

Non vi è venuta voglia di conoscere MURDO per leggere, insieme ai vostri bambini, i suoi 59 sogni? Una lettura emozionante e confortante!

Alex Cousseau con illustrazioni di Eva Offredo, MURDO. Il libro dei sogni impossibili, L’Ippocampo, 15€

Esercizi di meraviglia

Esercitare la meraviglia e il non sapere cura il cuore malato che ha potuto esercitare solo la paura. Avere amici animali e vegetali aiuta. L’invito a non sapere non è una celebrazione dell’ignoranza bensì una riflessione, una meditazione su ciò che sfugge e che, quindi, si può coltivare, sperimentando l’avvicinamento al mondo animale e vegetale.

La poetessa Vivian Lamarque ha detto che Chandra Candiani non fa in tempo ad aprire bocca che nasce una poesia” . E questo libro senza poesie è una collezione di conversazioni poetiche. Un libro disordinato, a detta dell’autrice, che non vuole essere imbrigliato, che si lascia andare all’andatura della mente, del ricordo forse…

E’ un libro nato lontano dalla città, in tempi di emergenza e distanza forzata che utilizza il termine riparazione invece del ritorno a una presunta normalità. Il Coronavirus fa il suo lavoro di virus mentre il vero Coronavirus siamo noi dice l’autrice: perché indifferenti alla distruzione del pianeta, invadiamo habitat non nostri, siamo spettatori dello scioglimento di ghiacci artici che custodiscono da secoli sconosciuti batteri. Prima o poi il virus se ne andrà dopo aver travolto le vite di molti e averci offerto tanti insegnamenti che velocemente dimenticheremo.

Come affrontare così tanto male? L’autrice, che ha trovato nel buddismo un modo per stare nel mondo, fa spesso riferimento alla meditazione come svuotamento delle scorie dei pensieri “da cui siamo pensati”, per accorgerci della dimensione del cuore. Un cuore da ascoltare, interrogare e decifrare e la cui lingua imparare: sapendo che non tutte le ferite che lo hanno rotto sono rimediabili. Alcune non guariranno mai. Dimenticare, preferire il benessere alla verità non è la via. Perché il mondo può essere anche un inferno e chi lo ha vissuto non lo dimentica. Ma in mezzo all’inferno, dice la poetessa citando il Calvino delle Città invisibili, bisogna “cercare e saper riconoscere chi e cosa…non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio”.

Chandra Candiani, Questo immenso non sapere, Einaudi, 12€

Ma non bastava un si?

Forse sono l’insicurezza che tutti ci consuma o la necessità di essere perentori a farci aggiungere alla chiarissima particella si l’inascoltabile assolutamente si. E’ una delle spiegazioni che si dà Edoardo Albinati in questo pamphlet – j’accuse non violento per comprendere come la retorica abbia travolto e appiattito tutto, allontanandoci dalla realtà, dalla necessità di approfondire e dalla inebriante fatica di comprendere.

Leggendo le pagine di Velo pietoso possiamo riconoscere un personaggio famoso, una situazione, una trasmissione televisiva e con essi l’ossessivo ripetersi di affermazioni banali, scontate, che nulla significano e a nulla servono per comprendere fatti vicini e lontani.

Figure retoriche come “silenzio assordante”, “mettere le mani nelle tasche degli italiani”, “l’Italia vera, quella che chiude, riapre, riparte, ecc.”, “la difesa dei confini della Patria (difesa da chi??)”, “un popolo resiliente”… generano una sensazione di nausea, come dopo un’abbuffata incontrollata di dolci

Eppure Italia, patria, resilienza, sono parole belle e dense di significato. Mal usate o abusate diventano vuote, depotenziate, utili solo alla propaganda o all’audience.
Prendiamo resilienza: la Treccani la definisce come la capacità di un materiale di assorbire energia elasticamente quando sottoposto a un carico o a un urto prima di giungere a rottura (mi piego ma non mi spezzo e torno come prima), la stessa Treccani segnala come tale parola abbia superato gli steccati della tecnica per approdare alla psicologia.
Poi è esondata.
Ha invaso i talk show, i tele-radio giornali, le chiacchere da social-bar per essere applicata a persone e comunità che devono affrontare dolori, crisi, pandemie. Davvero, si chiede l’autore, dopo il dolore di un lutto indicibile, gli esseri umani ritornano come prima perché hanno retto all’urto? “Gli esseri umani non tornano mai uguali a prima. Non sono mica gomma o lastre di metallo.”

Che fare? Stendere un velo pietoso? Cambiare canale? Albinati ha fatto anche questo ma prima ha ascoltato i discorsi vuoti, i petti rigonfi di retorica, le frasi fatte e deliranti.. Ne è nato questo libretto di 147 pagine pieno di racconti, di riflessioni sul parlare e scrivere, di esempi di sciatteria criminale, di schegge di verità che generano bellezza e, infine, di qualche consiglio per superare l’abbruttimento, andare avanti, rigenerare la nostra attenzione. Da leggere in un batti baleno ma da consultare ogni volta che la nausea si avvicina. Perché di “buone parole” ne abbiamo un maledetto bisogno.


Edoardo Albinati, Velo pietoso, Rizzoli, 12€

Attendendo Lepanto

“Ah quante cose non si raccontano perché considerate minori rispetto alla grande storia”. Sono i dettagli del caso e delle misere vicende umane che accompagnano l’ingordigia e l’orrore del potere. Anche in quella feroce mattanza del 1571, passata alla storia come la battaglia navale di Lepanto.

Per l’occasione venne allestita la più grande flotta del mondo, incaricata dal Papa e dall’Imperatore di sterminare gli ottomani e impedire che il feroce Saladino passeggiasse per le strade di Vienna mangiando krapfen. Il tutto en el nombre de Dios

Ma perché un tal flotta venne concentrata proprio a Messina e non altrove? Perché l’imperatore Carlo V, l’uomo più potente del mondo, prima di morire, impose ai due figli (quello naturale e sveglio e quello ufficiale e lento, molto lento) la partecipazione di tal Francesco Maurolico, frate di Messina, alla preparazione della battaglia decisiva per le sorti della cristianità e dell’Impero?
E infine, per quale motivo il comandante della flotte papali e imperiali, il figlio naturale sveglio di Carlo V, don Giovanni d’Asburgo, venne accompagnato a Messina da Magdalena de Ulloa, la donna che chiamava affettuosamente mamita?

Frate Francesco e donna Magdalena: sono loro i protagonisti del libro. Si incontreranno a Messina e, travolti da una (platonica) comunione di sensi e intenti, trameranno per favorire la flotta imperiale a scapito dei papisti.

L’autore di questo piacevolissimo libro è Vanni Ronsisvalle. Scrittore, saggista, autore teatrale è stato giornalista RAI per 40 anni, Ronsisvalle ci conduce dentro le pieghe, il non detto, gli angoli nascosti della “Grande Storia”, con uno stile brillante e ricco di digressioni, di ironia, satira e di frequenti bacchettate sui broccati dei potenti.

Vanni Ronsisvalle, Il sangue e il colore del mare, La Nave di Teseo, 19€

Ho scritto t’amo sulla sabbia e il vento non se l’è portato via

No, non è un libro solo per boomers, non è un’operazione nostalgia (beh un po’ di quella c’è…). Ma un tuffo nella storia e nella società italiana attraverso le “canzonette”, la musica leggera, a volte leggerissima, delle estati italiane.

Il libro di Enzo Gentile si cimenta con 300 canzoni e 100 artisti di successo dal 1960 fino ad oggi: dai mangianastri allo streaming, dal Juke Box a Spotify, da Mal a Fedez, da Gigliola Cinquetti alla “femmina alfa” Baby K. , da Caterina Caselli a Gianna Nannini, dai Franco I e IV ai Boomdabash.

L’estate è la stagione più cantata da sempre, ovvero da quando buona parte degli italiani si è potuta permettere “le vacanze”, prevalentemente, ieri come oggi, al mare: dal disco per l’estate al tormentone estivo. Modi di fruizione, sonorità, marketing e promozione sono profondamente cambiati, Eppure quella musica, quelle canzoni degli anni ’60 e ’70 sembrano procedere come i fiumi carsici: si inabissano, riemergono, si insinuano nel “nuovo”.
Itinerario completo nella canzone italiana, il libro fissa sapori e riti della società e di un certo “carattere” italiani, attraverso una musica radicata, colonna sonora di epoche e di film. Una musica leggera davvero resistente.

Enzo Gentile, Onda su onda. Storie e canzoni nell’estate degli italiani. Zolfo, 18€

Dante il viandante

Viandante, suo malgrado, lungo l’impervio Appennino tosco-emiliano, Dante nell’anno che celebra i 700 anni dalla morte, diventa la suggestione, lo stimolo, “l’amo” per percorrere uno dei tratti più affascinanti del centro-Italia: sotto il profilo naturalistico, artistico, storico, eno-gastronomico.

Il cammino di Dante proposto dalla guida che qui consigliamo, delinea un circuito Ravenna-Firenze-Ravenna, su 2 tracciati diversi. L’intero percorso di 380km richiede ben 20 giorni: distanze, altitudini, punti di sosta, alloggio, per mangiare e bere sono ovunque dettagliati.
Ma ciascuno potrà comporre il proprio cammino: ridurlo, modificarlo, “personalizzarlo” secondo le proprie possibilità, interessi e budget di tempo, magari alternando piedi a mezzi pubblici.

Alcuni dei luoghi del cammino sono ovviamente arcinoti come Ravenna, Faenza, Forlì, Firenze, molto conosciuti come Brisighella la città costruita nel gesso, Marradi capitale delle castagne e patria del “marron buono” da dove si può raggiungere la cascata dell’Acquacheta, le foreste casantinesi e l’eremo di Camaldoli, il Monte Falterona da cui origina l’Arno.
Ma altri potranno costituire un’autentica scoperta: il Centro di documentazione della Resistenza di Ca’ Malanca e l’Osservatorio Astronomico di Monteromano dopo la tappa di Brisighella, San Godenzo dove Dante trascorse il primo periodo dell’esilio con la sua area archeologica e l’eredità etrusca, l’Antico Spedale del Bigallo a Bagno a Ripoli del XIII secolo fondato da un benefattore fiorentino per viandanti e bisognosi e beneficiario dell’acqua proveniente da Fonteviva, Portico di Romagna con l’Oratorio della Visitazione e l’eredità della famiglia Portinari, cognome del padre di Beatrice…

L’itinerario completo, l’andata e ritorno proposto dalla guida si sviluppa prevalentemente su sentieri non asfaltati fra pianura, colline e montagne. E se ciò garantisce di stare al fresco anche d’estate – fra boschi e altitudini sopra i 500 m. – obbliga però a percorrere dislivelli importanti in salita e discesa. Per questo si consiglia di affrontare il cammino ben allenati con lo scopo di godere con tranquillità della bellezza che, ovunque, accompagnerà il viandante.

Bezzi-Rossetti-Venturelli, Il cammino di Dante, Terre di Mezzo, 20€

“Insieme alle urla di dolore sentivo le risate…”

Non è stato facile leggere questo piccolo libro di 100 pagine. Non solo per le descrizioni delle violenze sui manifestanti illegalmente detenuti. Ma anche perché, per la prima volta dal dopoguerra, in Europa, a Genova, in quel torrido luglio del 2001, lo stato di diritto venne sospeso: venne praticata la tortura, i detenuti non ebbero la possibilità di chiamare gli avvocati e un gruppo di agenti, forze dell’ordine, rappresentanti delle istituzioni decise di “dare una lezione” al movimento.

Il movimento del social forum era un fenomeno nuovo: accanto alle ingiustizie sociali, denunciava la distruzione dell’ambiente, l’omofobia, il sessismo, il razzismo, il consumismo ebete. Non fu il movimento a innescare “la battaglia di Genova” ma fu il movimento a pagare, letteralmente, con il sangue.

Accanto a giovani poliziotti e carabinieri impreparati a gestire l’ordine pubblico, come il ragazzo Mario Placanica che sparò il colpo che uccise il ragazzo Carlo Giuliani, c’erano gli agenti di Bolzaneto. Quelli che cantavano “Uno, due, tre viva Pinochet”, che divaricavano le dita di un manifestante fino all’osso, che obbligavano le donne ad andare in bagno fra due file di “divise” schierate con i manganelli che ridevano, ridevano…Agenti dello stesso tipo di quelli che piazzarono il sacchetto con le 2 molotov dentro la scuola Diaz, scusa invocata poi per giustificare le violenze che seguirono (verità accertata nei processi).

Seppur con estrema lentezza, complice, in modo bipartisan, tutta la politica, i racconti delle violenze sono arrivati fino a noi, anche se la catena di comando che porto alle violenze non venne mai – volontariamente – ricostruita.
Uno di questi racconti lo potete leggere nel libro di Valerio Callieri, arrestato il 21 luglio 2001 e portato nella caserma di Bolzaneto. Qui lo picchiano, lo obbligano a stare in piedi per ore senza mangiare e bere, ad ascoltare gli insulti verso negri, ebrei e zecche rosse. Ma Valerio si dichiara fortunato: non gli spensero sigarette sulla pelle, non lo buttarono giù dalle scale, non gli ruppero la cassa toracica. Non andò in fin di vita come il cittadino britannico Mark Covell, picchiato di fronte alla Diaz, che sfuggì a Bolzaneto perché portato all’ospedale S. Martino, dove la vita gliela salvarono.
Quello che ha ossessionato Valerio in tutti questi anni sono le risate: quelle udite dalla sua cella mentre altri compagni venivano torturati, come M. con una gamba artificiale perché afflitto da poliomelite, massacrato da 3 “uomini enormi con la divisa grigia”.
Ricordi che generano una rabbia intensa, un risentimento, un desiderio di Erinni vendicative. Come nell’Orestea di Eschilo, quando solo la fondazione del Tribunale e, quindi della Giustizia, mette fine alla faida. Ma per i ragazzi e le ragazze di Genova giustizia non ci fu. Qualche risarcimento. Non ci furono condanne perché come sottolineò la Corte di Giustizia di Strasburgo, la polizia italiana non collaborò con la Magistratura italiana che pure lavorò duramente per far emergere la verità. Anni dopo la polizia si scusò. Meglio di niente. L’Italia non è l’Egitto o l’Arabia Saudita.

Eppure 20 anni dopo rivediamo scene analoghe nei pestaggi del carcere di Santa Maria Capua a Vetere, una vera e propria spedizione punitiva contro i carcerati che protestavano per paura del COVID. Qui ci sarà giustizia?
Ci sono ancora molti motivi per non consegnare le violenze della caserma di Bolzaneto all’oblio.

Valerio Callieri, E’ così che ci appartiene il mondo. Genova 2001, caserma di Bolzaneto, Feltrinelli, 12€

Autobiografia di una mangaka

Molto tempo è passato da quando scandì, al telefono con la mamma, il suo proposito: “voglio diventare un mangaka”. E fu così che si trasferì dalla provincia nella capitale Tokyo. Un passaggio decisivo. Ma non quanto quello di andare a vivere in una residenza, in una comune diremmo in occidente con altre aspiranti mangaka.

Lei è Keiko Takemiya, rettrice della Kyoto Seika University di cui ora è professoressa emerita, presidente della Japan Society Studies in Cartoons and Comics, consulente del Manga Research Center: una vera autorità per chi conosce e ama i manga.
Dalla residenza che diventerà il “Salone Oizumi”, disegnatrici, grafiche, ribelli lanciano la sfida, decise a cambiare stili, canoni e linguaggi del fumetti a tema shojo. Un tema dedicato alle ragazze ma prevalentemente sviluppato da uomini tutti rinchiusi in tratti, storie e personaggi di un mondo sdolcinato, “per ragazzine”…
In 20 anni le visionarie di Oizumi compiono una vera rivoluzione, tanto più importante se si considera l’influenza del fumetto nella cultura giapponese. Decisiva è la pubblicazione de Il poema del vento e degli alberi, ambientato in Europa ovvero in Francia: siamo alla fine del diciannovesimo secolo quando Serge, figlio di un nobile francese e di una zingara, si trasferisce nel collegio maschile Lacombrade, dove lo attende l’incontro del suo destino: quello con il compagno di stanza Gilbert, un ragazzo bellissimo e diabolico. Il successo in patria, le traduzioni all’estero, in primis in Italia, danno una svolta vita e alla professione di Keiko Takemiya.
Un’autobiografia che ci porta dentro nel back stage di una grande mangaka. Un libro imperdibile per gli appassionati di manga ma anche per chi è stato “fulminato” da una passione travolgente per il Giappone.


Keiko Takemiya, Il suo nome era Gilbert, J-Pop, 14€

Due vite per lo Strega

“…Nel fondo dell’anima di Pia, anche nei momenti più difficili e disperati, resisteva sempre una vocazione inestirpabile ad accudire, proteggere – esseri umani, animali, vegetali”. “Molti lati del suo carattere suggerivano un’ostinazione, una rigidità del mondo minerale…Parlare della vita di Rocco significa necessariamente parlare della sua infelicità, e ammettere che faceva parte della schiera predestinata dei nati sotto Saturno”.
Il libro vincitore del Premio Strega 2021 racconta le vite di Rocco Carbone e Pia Pera, scrittori morti prematuramente e legati da un’amicizia che teneva insieme personalità, caratteri, ossessioni diverse. Ne è stato testimone l’autore del libro, Emanuele Trevi che dei due scrittori era amico e alla cui decadenza, fisica aveva assistito.
Nelle pagine di Due vite, Trevi vuole fissare ricordi, episodi, oggetti dei momenti di vita trascorsi insieme che, seppur impressi nella mente e nel cuore, rischiano di volar via, velocemente, troppo velocemente.

L’edizione 2021 del Premio Strega, il più importante premio letterario italiano, trova l’editoria italiana in forma, con una cinquina di finalisti composta da autori molto bravi e e da libri molto belli, diversi per genere, argomenti e scrittura. A ciò si aggiunge il fatto che i grandi gruppi editoriali hanno occupato uno spazio decisamente ridimensionato rispetto alla tradizione. E infatti il vincitore del Premio è un libro pubblicato da Neri Pozza, un piccolo-medio editori molto apprezzato dai lettori che ne riconoscono lo stile, le collane, gli autori/autrici.


Emanuele Trevi, Due vite, Neri Pozza, 15€

Finestre sull’altrove

60 storie, 60 disegni, 60 esseri umani fuggiti dai loro Paesi per cercare sicurezza, e protezione che osservano dalle finestre l’Altrove che hanno trovato. Altrove è il nuovo Paese e la nuova vita ma anche il luogo dove non è possibile tornare.

Ognuna delle 60 storie è narrata in prima persona ed è stampata sulle pagine pari; ognuna è affiancata da un disegno di Matteo Pericoli, una veduta incorniciata da finestra, che è invece pubblicato sulla pagina dispari, così che lettura e visione possano procedere da sinistra a destra, senza interruzioni.
Il libro è arricchito dalla prefazione di Gianni Ruffini di Amnesty International, dallo scritto di Bill Shipsey, fondatore di Art for Amnesty e dall’emozionante introduzione di Colum McCann.

I migranti che raccontano hanno avuto fortuna, godono dello status di rifugiati e, forse per questo, possono raccontare perché, come scrive Mc Cann “…la storia priva di finestre sarebbe quella di un rifugiato che non può fuggire.. al quale non è nemmeno stato concesso di diventare un vero e proprio rifugiato…”
E così scorrono le vicende di scrittrici e poeti, attiviste e giornalisti, premi Nobel, artisti, cantanti, ricercatori, giudici, avvocati: Nadia Murad, Zlata Filipovic, Larry Cox, Albie Sachs, Viet Thanh Nguyen, Shrin Ebadi, Fatima Rahimi, Ma Jian, Nyamal Biel, Angelique Kidjo, ecc…
Un giro fra i mali e gli orrori nel mondo di ieri e di oggi ma anche fra la bellezze dell’arte e della natura, dell’accoglienza e della solidarietà umana.

Matteo Pericoli, Finestre sull’altrove, Traduzione di Giulia Poerio, Il Saggiatore, 22€