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Autore: lorena.ferrari@pagina59.it

Genova per noi

Del Genoa Social Forum che partecipò al G8 di Genova nel luglio 2021 facevano parte 1.187 organizzazioni unite dallo slogan “un altro mondo è possibile”. Qualcuno si occupò di negarlo con:
– i manganelli della della polizia sui ragazzi e il tappeto rosso concesso ai black bloc mascherati, la mattanza della Scuola Diaz, la morte di Carlo Giuliani, gli arrestati senza motivo e senza tutela legale nelle carceri;
– la sospensione della democrazia con politici e istituzioni al servizio del delirio neo-liberista. Quello che ha creato la grande crisi finanziaria del 2008 e quella greca del 2015, che ha generato la casta dei “ricchissimi”, grazie trasferimento di ingenti risorse pubbliche nelle tasche di “pochi” e il depauperamento dello stato sociale;
– una disuguaglianza sociale senza precedenti in un’epoca in cui conoscenze e tecnologia potrebbero risolvere gran parte dei problemi del mondo;
– l’accelerazione dell’aggressione alle risorse naturali del pianeta nel quadro di un modello di sviluppo che rende sempre più invivibile la terra anche per noi

Ma la violenza sui manifestanti di Genova fu soprattutto la volontà di dare una lezione a chi osava mettere in discussione il mondo così come era, di sconfiggere l’ultimo grande movimento di massa contemporaneo, criminalizzando il conflitto sociale e trasformandolo in sinonimo di violenza a cui dare solo e sempre una risposta securitaria. Conflitto sociale annullato prima con le botte e le fabbriche della paura post 11 settembre e poi sedato con i tranquillanti di un consumismo senza confini e il protagonismo da 3 secondi sui social network.
20 anni dopo è chiaro a tutti che le previsioni del Genoa Social Forum erano giuste. Ma avere ragione non è bastato. E ora?Come fare per evitare che l’economia trasformi la maggioranza in una massa anestetizzata prona al servizio dei nuovi oligarchi del mondo? Forse con la transizione ecologica per un mondo più giusto e più sano. Ma come scongiurare che diventi solo una gigantesca macchina di innovazione aziendale e un cesto di slogan per gli uffici marketing delle multinazionali del fossile? Forse con la critica radicale che deriva dallo studio, con il conflitto sociale non violento ma organizzato. Per questo è fondamentale conoscere e approfondire cosa successe a Genova e dopo Genova. Senza rimozioni.
20 anni dopo non sappiamo se un altro mondo è possibile. Sicuramente, per rimanere umani, un altro mondo è necessario.

Bibliografia Genova per noi.
Vittorio Agnoletto e Lorenzo Guadagnucci, L’eclisse della democrazia, Feltrinelli, 14€
Giovanni Mari, Genova, Vent’anni dopo, People, 15€
Angelo Miotto (a cura di), Genova per chi non c’era, Altraeconomia, 15€
Supporto legale, Nessun rimorso Genova 2001-2021, Coconino Press, 20€

Giugno 1991. Inizia la guerra in Jugoslavia

30 anni fa con la dichiarazione unilaterale di secessione di Slovenia e Croazia il sogno di “Fratellanza e unità” della Jugoslavia andò in mille pezzi.
Inizia l’ultima guerra in territorio d’Europa. Pulizie etniche, stupri di massa, genocidi, esodi forzati si susseguirono insieme al più lungo assedio di una città europea: quello di Sarajevo, più lungo di quello di Leningrado durante la II guerra mondiale.
Il fotografo Mario Boccia, a lungo presente sullo scenario di guerra jugoslavo, ci racconta una storia. Quella della fioraia di una bancarella del mercato di Markale a cui Mario fa una domanda: di che etnia sei? Domanda stupida alla persona giusta che risponde: sona nata a Sarajevo, la città nata sulla strada dei viaggi e del commercio fra Oriente e Occidente.
La città mondo dove molti pensarono che lì, dove feste religiose, alfabeti e dolci diversi si accompagnavano in pace, la guerra non sarebbe mai arrivata. E dove invece l’assedio di 1395 giorni portò fame, freddo, distruzione e cecchini.
Pazi!! Snajper: uno di loro inquadrò la fioraia e Mario non la rivide più.
Accompagnato dalle illustrazioni di Sonia Possentini, il racconto di Mario Boccia è rivolto a grandi e piccoli.

30 anni guardiamo le foto-illustrate di Mario e Sonia della fioraia di Sarajevo.

Mario Boccia, Sonia Maria Luce Possentini, La fioraia di Sarajevo, Orecchio acerbo, 16€

Non c’è vaccino per il pericolo

Quanti terremoti, quanti disastri raccoglie la memoria di Franco Arminio camminando per l’Italia. Non possiamo definirli naturali perché molte di quelle tragedie sono conseguenza dell’incuria, dell’edificazione selvaggia, del fatalismo interessato, dell’insicurezza sul lavoro, della manutenzione mancata.
Per ogni terremoto, per ogni paese perduto Arminio ci offre una poesia, una lettera, un racconto dolente, senza rinunciare alla speranza.
Così è per il terremoto dell’Irpinia di cui è stato testimone diretto e della vergogna dei “non soccorsi” denunciata da un “incazzato” Sandro Pertini e da cui nacque la Protezione civile italiana. Così è per le visite ai paesi “interrotti” di Marche, Lazio e Abruzzo, per il ricordo dei 1000 morti del Friuli, per il bus “abusivo” volato giù dal viadotto di Acqualonga in un punto senza protezione, per il Ponte Morandi e per il “terremoto” sigillato dentro i giorni della pandemia.
Oltre la retorica della ricostruzione o della ripartenza, ci sono le terre mutate dalla forza della terra e dai nostri terremoti interni. Mutati e spopolati i paesi, saltata le solidarietà caduta la casa della comunità. Tutti abbattuti dal senso di insicurezza e pericolo, dalla ricerca dei colpevoli, “gli altri” (noi mai), dall’invidia per chi ha avuto più di noi, dall’astio solitario di fronte a uno schermo.

I paesi sono stati abbattuti non solo dai terremoti ma anche dal non ritorno, dal continuo esodo “emigrante”, dall’abbandono, dalla mancanza di servizi, dalla chiusura di negozi, dalla fine delle vite. La nostra, che è una nazione di paesi e montagne che ha girato le spalle a paesi e montagne. Ha girato le spalle a un pezzo fondamentale del suo specifico umano e paesaggistico: i suoi millanta borghi. “Avere un paese significa avere più mondo, significa avere il mondo più il paese”.
Per chi non c’era mentre la terra tremava, Arminio ci dice che è andata male per quelli che c’erano. Dopo lo slancio civile e democratico che segue ogni sciagura, il potere ha ripreso i suoi spazi, occultato le colpe, trasformato le sciagure in grandi e piccoli business. Ma soprattutto ha creato una bolla protettiva di comfort televisivi, di consumi per tutti e consegne “prime”.
Una bolla dentro cui si presume sicurezza mentre ci trasformiamo in pigri paurosi. L’esortiamo, e la speranza, è chiara: usciamo dalla bolla, riscopriamo la sensualità delle battaglie contro l’ingiustizia, lungo i cammini che ci portano lontano dal potere, la ruvidezza della vita vera, anche dopo i boati dei terremoti. Abituiamoci all’incertezza, al pericolo, impariamo a tremare.
“Non rassegniamoci a vivere la realtà come una forma di intrattenimento, comprese le volte in cui ci indigniamo, in cui protestiamo. La realtà è un luogo sacro in ogni suo punto”.

Franco Arminio, Lettera a chi non c’era. Parole dalle terre mosse, Bompani, 16€

Ma che bella la Vandelli!

Da Modena a Massa, dalla pianura al mare, valicando gli Appennini e le Alpi Apuane si snoda la via Vandelli: lungo il tracciato progettato da Domenico Vandelli nel 1789, su commissione di Francesco II d’Este di Modena, desideroso di dare al suo ducato uno sbocco sul mare.
Oggi è un cammino per viandanti, naturalisti, storici, curiosi allenati, con una peculiarità che lo differenzia dagli altri: la sua origine. Fu infatti la prima strada lastricata dopo l’epoca romana e uno straordinario esempio di ingegneria civile e di innovazione sociale.
Lungo il suo percorso, capace di superare dislivelli e pendenze estreme, si riunirono comunità umane attratte dai benefici della ricchezza prodotta dagli scambi commerciali, dal “traffico” di carrozze e carri. Fin da subito fu dotato di servizi indispensabili per il trasporto: locande per dormire, stazioni di posta per il cambio dei cavalli e piazzole di sosta, veri e propri autogrill ante litteram.

Questa preziosa eredità è ora a disposizione di tutti coloro che vogliano unire all’esperienza paesaggistica quella storica, inclusa l’epopea della Resistenza partigiana.
La via è lunga 172km con partenza da Modena oppure 154 per chi parte da Sassuolo, un tempo capitale e residenza estiva degli Estensi. Il primo tratto è tratto in pianura. Ma gli altri sono sempre in montagna: dopo i 700m- di Pavullo nel Frignano si resta stabilmente a quota 1000m. con i picchi di Passo del Lagadello e della Tambura, oltre i 1600m.

Si tratta di un cammino più impegnativo della media. D’altro canto si attraversano le Apuane che, per ambiente e tipologia di sentieri, sono decisamente più alpine che appenniniche!
La guida consiglia 7 tappe per i più allenati, 10 per i mediamente allenati mentre sconsiglia l’intrapresa ai non allenati.
Le tappe prevedono soggiorni in ostelli, alloggi e rifugi. Il percorso prevede sterrati, fondi lastricati e, asfaltati, quando non si può proprio farne a meno. Le mappe segnalano distanze, altitudini, dislivelli, località, alloggi e punti di interesse. E’ una via che attraversa borghi arroccati, ponti di pietra, paesi sommersi, montagne “verdi e bianche”, paesaggi inaspettati come quello del passo della Tambura dove la vista, da sola vale, il viaggio: fra le montagne e i marmi delle Apuane si intravede chiaramente l’azzurro del Mar Tirreno che vi accoglierà a Massa, finisterre della Vandelli.

La plastica e la cicatrice

A 14 anni è possibile essere cittadini consapevoli, responsabili, in grado di contare qualcosa?
Impresa non facile per Matteo, Anita, Zahira e Luca. Loro capiscono che il mondo ha un problema molto serio: la plastica. Glielo ha spiegato molto bena la guida che li ha accompagnati nella passeggiata lungo la spiaggia della loro città sull’Adriatico: il problema non è usare la plastica ma come la si usa. E’ un materiale straordinario, pensato per durare a lungo non per essere gettato ovunque o usato una sola volta. Altrimenti i mari diventano delle discariche, si creano grandi isole di plastica oppure le correnti la respingono sulle coste- 5 kg. al giorno per ogni chilometro. E, se triturata in pezzi microscopici, diventa cibo per uccelli e pesci, che muoiono o la trasferiscono nella catena alimentare che riguarda anche noi umani.

Dopo la passeggiata figuriamoci se la Carati – la professoressa di storia, quella con la frangetta che le copre quella strana cicatrice sulla fronte – non chiedeva come era andata e cosa avessero imparato. Avevano acquisito moltissime informazioni. Ma se alcune riguardavano direttamente i loro comportamenti, altre erano responsabilità dei “grandi”. Responsabilità, parola importante su cui i ragazzi vengono chiamati a riflettere, pensare, usare la loro voce per fare qualcosa: informare, sensibilizzare, protestare, lottare. E allora via con la raccolta firme, con il coinvolgimento dei compagni di classe, degli insegnanti, del Consiglio di Istituto: è possibile ridurre l’uso della plastica, anche a scuola, a partire dalla mensa.
Tutto bene? Non proprio…qualcuno tenta di sabotare la campagna, vandalizzando la scuola con le scritte sui muri e la preside se la prende con Matteo, Luca, Anita, Zahira…E ora si parla più delle scritte che della plastica
“E’ una storia che conosco bene” dice la Cariati. Eh si, perché la professoressa ha conosciuto il metodo di chi vuole mandare, per ragioni diverse, a catafascio tutto. Invece bisogna stare calmi, discutere, convincere.. d’altro canto quella scuola è dedicata Capitini!
Altrimenti finisce come a Genova. Come a Genova? Si, quando la festa e la pacifica protesta del Global Social Forum contro le politiche del G8 si trasformò in una carneficina ad opera di Black Bloc e polizia. E nessuno parlò più delle ragioni dei manifestanti, dei giovani, delle associazioni ma solo delle violenza, quella che in realtà i manifestanti avevano subito nei vicoli e poi alla scuola Diaz. Quella che ha lasciato la cicatrice sulla fronte della professoressa di storia. Vent’anni dopo quel luglio 2001, la Carati inizia a raccontare…come la sua generazione tentò di fare qualcosa.

Perché sanguina ancora?

Possiamo dirlo? Questo libro di Paolo Nori “spacca”.
Apritelo e cominciate a leggerlo: ci sono frammenti di vita di Fedor Dostoevskij e dei grandi della letteratura russa, c’è Pietroburgo, citazioni e storie della Russia zarista, racconti di dolori e gioie personali dell’autore (dolori soprattutto). Non lo lascerete più. Anche dopo averlo finito.

Nori ci diche che Dostoevskij “ha reso visibile il visibile”, ha tolto l’imballaggio che avvolge la nostra quotidianità e ci ha messo a confronto con le nostre paure, i nostri dubbi, le nostre verità. Ma perché leggere Dostoevskij nel 2021, a duecento anni dalla nascita?
Paolo Nori dice che non lo sa ma poi quante istigazioni ad aprire (o riaprire), per esempio, Delitto e Castigo: “la più bella scena d’amore di tutta la letteratura mondiale”, Raskol’nikov che nella piazza del Fieno bacia “quella terra sporca con gusto e con gioia” e poi quando ci dice che l’investigatore Porfirij Petrovic è il vero modello del Tenente Colombo.

Nelle frasi, nei gesti, nelle vicende dei personaggi di Delitto e Castigo, Memorie del Sottosuolo, Il Giocatore, L’Idiota, I Fratelli Karamazov spesso troviamo sempre qualcosa che ci riguarda, che ci fa capire come siamo che ci apre la cicatrice di un ricordo, di un dolore (a volte di una gioia) e quello sanguina ancora…

Paolo Nori, Sanguina ancora. L’incredibile vita di Fedor M. Dostoevskij, Mondadori, 18,50€.
Cinquina Premio Campiello 2021, Selezione Giuria dei Letterati

Amore e Libertà

La famiglia è il luogo degli affetti.
Questa frase, da sola, fa piazza pulita di pregiudizi e false tradizioni. Scritto dalla famiglia favolosa composta dal giornalista e autore TV Francesco Maddaloni e dall’esperto di comunicazione e marketing Guido Radaelli, il libro-album è il risultato di un progetto più ampio che ha coinvolto illustratori, genitori e, in particolare, “mamme matte”, musicisti, traduttori, correttori…
Vi sono raccolte le storie di sette famiglie di animali di diverso tipo, capaci di raccontare l’arcobaleno di una società complessa: famiglie non convenzionali, separazioni, diversità. nuove relazioni, libertà di amare, diritto a scegliere.
Ispirate a vere storie di animali la raccolta comprende la vicenda della pecorella australiana Mirtilla, dei due fenicotteri rosa Carlos e Fernando del sud dell’Inghilterra, di Pinky la delfina rosa della Louisiana, di Milo e dalla famiglia di cigni del Regno Unito, delle cagnoline californiane Susie e Alberta, del cavalluccio marino Ciro che vive nel Mar della Cina e, infine, di Amani, la leonessa ribelle del Botswana.

La complessità delle problematiche sottese alle storie sono trattate con semplicità e leggerezza. Lo scopo è creare opportunità per un dialogo diretto, intimo con i bambini: un vero e proprio atto di libertà e amore

F. Maddaloni, G. Radaelli, Famiglie favolose, Salani, 16,90

Com’è profondo il mare?

La vita è iniziata nei mari e nei mari ancora prospera.
Immergersi nel mare significa scoprire un oceano di creature bizzarre e un mondo di meraviglie, raccolte e disegnate in questo bellissimo album destinato ai ragazzi ma molto interessante anche per gli adulti. Studiare il mare significa misurare lo stato di salute della Terra e anche ipotizzare che ci possa essere vita in altri pianeti del sistema solare!

Questo mega-taccuino ci racconta delle diverse zone marine, della loro importanza e ruolo nella biodiversità: dall’area epilagica (0 -200 m.) a quella adopelagica (6.000-10.920 m.). Dalle lame di luce che fendono la superfice all’abisso oscuro e freddo, non a caso denominato con il prefisso ado da Ade.
Nella mitologia greca è il terzo figlio di Cronos, simbolo dell’invisibilità. E’ lui a portarci negli abissi della Fossa delle Marianne dove solo pochi essere umani si sono avventurati (meno di quelli andati sulla luna). Eppure anche qui, dove la pressione e il freddo sono incredibili e il cibo scarso, troviamo forme di vita. E proprio queste condizioni estreme fanno pensare ad alcuni scienziati che anche altri pianeti del sistema solare potrebbero accogliere forme di vita.

Zona per zona, sfogliando le pagine che da azzurro chiaro diventano sempre più scure, l’album ci fa incontrare i mammiferi terrestri (come l’orso bianco) che non potrebbero vivere senza il mare, il pesce pagliaccio, la tartaruga caretta, lo squalo martello, il delfino, il pesce spada, la medusa immortale, la balenottera azzurra, il diavolo nero, la manta gigante, il polpo dumbo, il clown senza volto, il gamberetto di alluminio e…la plastica. Eh si, perché il materiale leggero, malleabile, isolante e resistente agli agenti atmosferici ha invaso il pianeta e, con esso, il mare.
Accanto alla pesca intensiva la plastica è uno dei pericoli maggiori per l’ecosistema marino. Non solo ha già creato “il settimo continente” nell’Oceano Pacifico ma, non essendo biodegradabile e frammentandosi in brandelli microscopici, viene ingerita dagli animali marini, entrando nelle filiere alimentari che giungono fino a noi. E’ come se ci stessimo stringendo un laccio di nylon intorno al collo. Chissà se libri come questo possono trasformare bambini e ragazzi negli influencer capaci di influenzare decisioni e comportamenti degli adulti. Come possiamo rinunciare a tanta bellezza?

G. Accinelli e G. Zaffaroni, Giu’ nel blu, NomosBambini, 22,90€

Amare l’Irlanda

Sinn Fein Sinn Fein Bobby Sands lives again. 40 anni dopo la sua morte, avvenuta dopo un lungo sciopero della fame, il rivoluzionario irlandese di Belfast non cessa di ispirare e commuovere. La sua è una vicenda che intreccia la lotta per l’indipendenza e la dignità dei nordirlandesi cattolici con la tenacia e la sensibilità umana di un giovane ribelle lucido e inflessibile.

Arrestato senza prove, fu rinchiuso nel carcere di Long Kesh e, dal 1976, nei famigerati Blocchi H con i quali il governo britannico marchiò i combattenti repubblicani dell’IRA come terroristi. Sands divenne un militante dell’IRA all’età di 18 anni: fu un cosciente atto di ribellione contro le discriminazioni e di resistenza contro i gruppi paramilitari protestanti, spesso protetti dall’esercito inglese.

Londra aveva bisogno di negare lo status politico e ridurre i militanti imprigionati a criminali. Per questo fu necessaria un’organizzazione interna dei prigionieri, capace di controbattere a questa narrazione. Nel 1980 il coordinatore di questa organizzazione divenne Bobby Sands. Rifiutare le divise del carcere, sostituite da una coperta per coprirsi dal freddo (blanket protest), utilizzare tutti i mezzi a disposizione per scrivere, riflettere sulla politica, sulla letteratura sullo sport, sulla poesia, sul socialismo erano tutti atti di resistenza umana.

Ma Bobby Sands non voleva raccontare solo la brutalità delle condizioni a cui lo sottoponeva la prigionia della “civile” Inghilterra (es. botte, lavaggi con la pompa ad alta pressione, celle piene di escrementi, limitazioni fortissime alla possibilità di leggere e scrivere e, da un certo momento in poi, finestre sigillate per negare qualsiasi possibilità di connessione con il mondo esterno) ma anche gli ideali, la sensibilità, la cultura di un movimento radicato che godeva di larghi consensi.
Per questo lo sciopero della fame iniziato il 27 ottobre 1980 – per ottenere alcuni diritti e lo status di prigioniero politico – raccolse così tanta solidarietà da tutto il mondo. Uno sciopero estremo che condusse i militanti che lo intrapresero alla morte. Bobby Sands si spense il 5 maggio 1981. Londra comunicò che “Mister Bobby Sands è morto oggi alle 01,17 del mattino. Si è tolto la vita rifiutando cibo e medicine per 66 giorni” Fu un sacrificio vano? Così probabilmente si auspicava il governo conservatore guidato all’epoca da Margaret Thatcher. Ma così non fu.
I morti per fame di Long Kesh disvelarono la brutalità dell’esercito e della polizia carceraria e testimoniarono come nessun potere sia immune da comportamenti disumani e ingiusti. Inoltre l’ala politica dell’IRA, lo Sinn Fein (gaelico di “noi stessi”) si trasformò da partitino clandestino e braccato in una forza politica determinante nel processo di pace che pose fine ai “troubles” e all’occupazione militare inglese.
Certo sotto le ceneri qualcosa ancora arde ma le inchieste ancora aperte possono aiutare a spengerle purché animate da un intento di verità e giustizia. Come quella relativa alla strage di Ballygame del 1971 che stabilisce che l’esercito inglese uccise 10 civili inermi senza alcuna giustificabile motivo. (www.theguardian.com/uk-news/2021/may/11/inquest-to-report-on-alleged-killings-by-british-soldiers-in-ballymurphy)

Le poesie e le opere in prosa pubblicate in questo libro, seguendo anche i consigli del Bobby Sands Trust, testimoniamo della forza, della capacità di resistenza umana del “partigiano Bobby”. Un libro imperdibile per chi si è imbattuto nella storia, nella musica, nella letteratura della verde Irlanda. Come Giulio Giorello “che amava l’Irlanda perché amava la libertà, e ci ha lasciato improvvisamente nelle ultime fasi di lavorazione di questo libro”.

Bobby Sands, Scritti dal carcere. Poesie e prose (a cura di R. Michelucci e E. Terrinoni), Paginauno, 18,00€

C’è chi dice no!

Ci sono un piemontese, un milanese e un bosniaco tutti nati nel 1942. Sono un micro melting pot di un paese di montagna che si sta spopolando, dove tutto e tutti sono diventati ex. Tranne che “il salto della lepre”.
Si perché a Riva Cannobbia è l’unica vera attrazione rimasta, “…una strana cascata del torrente dove l’acqua prende velocità in salita lungo un grande masso che si biforca verso l’alto sembrando da lontano due orecchie da coniglio e poi fa un salto tra un orecchio e l’altro fino a precipitare in una pozza profondissima di acqua cristallina”.
Da alcuni anni quel salto è stato inserito fra i dieci passaggi più difficili per gli appassionati di canoa. Una fortuna che riporta in paese giovani di tutto il mondo a cimentarsi con il salto della lepre. Un po’ di vita che ritorna.

Ebbene cosa fa il sindaco? Approva il progetto della società Greenfuture per costruire una diga proprio là dove c’è il salto della lepre. E allora il piemontese, il milanese e il bosniaco mettono in piedi una protesta che sembra un gioco ma è in grado di sconvolgere la valle intera.

Nell’avamposto dell’ Osteria di Riva Cannobbia i tre resistono alle lusinghe della prof.ssa Loreni, della Green Planet Now e rigorosamente vegana, che li vorrebbe fondatori di un circolo ecologista. Perché la battaglia contro la diga è anche resistenza alla noia e alla solitudine della vecchiaia, lotta generazionale contro chi li vorrebbe fragili e imbottiti di medicina. Insomma una lotta per la vita.
Come andrà a finire quanto l’ordine sarà ristabilito nella valle? Quando gli indomiti resistenti si scopriranno inesorabilmente vecchi?
Un libro divertente, amaro, senza lieto fine ma che lascia, in chi voglia assaporarlo, il gusto verace di una battaglia contro la rassegnazione al miope e scontato presente.

Michele Marziano, La cena dei coscritti, Bottega Errante Edizioni, 16,00€