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Autore: lorena.ferrari@pagina59.it

Brutta, sporca e ingiusta. E’ la moda usa e getta

Il 75% dei 53 milioni di tonnellate di capi di abbigliamento prodotti ogni anno viene buttato. Spesso dopo essere stati indossati una sola volta. La fast fashion che mette in vendita vestiti a pochi euro, contando sul comportamento compulsivo degli acquirenti, è una delle industrie più inquinanti del mondo e a maggior tasso di sfruttamento di lavoratrici e e lavoratori. E’ una moda che viene spacciata per “democratica”: tanti vestiti per tutti a basso prezzo. Ma non vi è nulla di democratico in una filiera produttiva che utilizza materiali di scarsa qualità, che si basa sullo sfruttamento di lavoratrici e lavoratori in tutto mondo, pagati pochissimo e costretti a condizioni e ritmi di lavoro para-schiavistici.
Andare oltre l’apparenza di un capo “styled” è facile: guardiamo la qualità delle cuciture, i materiali indicati sull’etichetta, la provenienza, laviamolo e… sarà pronto per diventare un rifiuto, spesso imbottito di microplastiche che inondano terre e acque.
Davvero abbiamo bisogno di decine di magliette, pantaloni, vestiti, sciarpe? Non sarebbe meglio dedicare tempo a selezionare capi di più alta qualità, un po’ più costosi ma decisamente più durevoli?
La scelta di un consumo consapevole, come in altri campi, non basta. Ma è un’arma che possiamo impugnare tutti fin da subito. Seguendo poche regole:
– compriamo con moderazione ciò che davvero ci piace e rappresenta la nostra personalità
– scegliamo capi identificabili e tracciabili o addirittura prodotti da intelligente riciclo
– ripariamoli o facciamoli riparare quando possibile, incentivando il recupero di saperi perduti,in attività di prossimità di cura e manutenzione
– invece di buttarli, affidiamoli a centri di raccolta e riuso.
Ce le indica l’autrice di questo libro, Olivia de Castro, stilista e fondatrice del movimento Fashion Revolution che rivendica la possibilità di conservare il piacere di vestirci indossando capi che raccontano storie nuove. Molti i consigli, i suggerimenti, le azioni (anche di acquisto) che possiamo intraprendere. Come per il cibo, la scelta di un abito è (anche) un atto politico. Riparare è un atto rivoluzionario, economicamente sostenibile, capace di favorire le piccole attività a scapito delle multinazionali dell’usa e getta.

Orsola de Castro, I vestiti che ami vivono a lungo, Corbaccio, 18€.

Che grande passione la matematica!

In famiglia tutti hanno una passione: papà dipinge, mamma studia gli insetti, il fratellone suona. A scuola le attività sono molteplici ma lei si entusiasma solo per la matematica.
Un punto di vista affascinante per vedere la bellezza del mondo: perché lei la vede ovunque e se, nascosta, la cerca. Nelle forme geometriche dei giochi del parco, nei cerchi concentrici che si formano quando lancia i sassolini nel lago, nella curva sinuosa dello scivolo, nella traiettoria degli aeroplanini di carta.
Conta su di me è un libro dedicato ai piccoli, da 3 anni in su, capace di suscitare interesse e sdrammatizzare fin da subito il rapporto con una materia che molti adulti ricordano con ingiustificato terrore.
Miguel Tanco, illustratore spagnolo vincitore di premi in tutti il mondo, è capace di aprire un orizzonte fantastico per bambine e bambini. Un racconto per immagini e poche parole che si chiude con un mini dizionario capace di trasmettere alcuni concetti basilari: frattali e poligoni, solidi e insiemi…E se facessimo un ripassino anche noi?

Il libro è dedicato a Katherine Johnson, una matematica statunitense che diede un grande contributo alle missioni aerospaziali della NASA

Miguel Tanco, Conta su di me, Emme Edizioni, 14,9€.

Scienziate disvelate

Potremmo definirlo un indispensabile libro di base: un lungo ma non esaustivo elenco di scienziate, dall’antichità ai giorni nostri, una conferma dell’importanza di una diversa narrazione rispetto alla “Storia ufficiale”, immemore dell’esistenza delle donne,
Da Ipazia a Margherita Hack, da Ildegarda di Bingen a Katherine Johnson, da Ada Lovelace a Katie Bouman, da Maria Gaetana Agnesi a Margaret Hamilton, da Marie Curie a Rita Levi Montalcini…troviamo matematiche, filosofe della natura, astronome, entomologhe, fisiche, mediche, botaniche, chimiche, biologhe, zoologhe, genetiste, informatiche. In tutti i rami della scienza e della tecnologia le donne si sono distinte per immaginazione, competenza, preparazione e creatività.
La pandemia COVID-19, con la sua giornaliera esposizione mediatica, ce ne sta facendo finalmente conoscere alcune, eredi di centinaia di scienziate prima di loro.
Il libro di Sara Sesti e Liliana Moro ha il grande merito di nominarle, presentandone la biografia in un preciso ordine cronologico. Un ordine che è solo uno dei possibili percorsi di lettura. Le autrici infatti suggeriscono itinerari alternativi che privilegiano i raggruppamenti per discipline o categorie: premi Nobel, pioniere, inventrici, scienziate dell’ambiente, divulgatrici.
Scorrendo le biografie ci si imbatte anche in vicende uniche come quella della squadra nota come Colored Computers che, sfidando razzismo e sessismo, contribuirono in modo decisivo ai programmi spaziali della NASA, o quella dell’attrice Hedy Lamarr (al secolo Eva Maria Kiesler). Ebrea austriaca emigrata negli Stati Uniti interruppe gli studi di ingegneria per tentare la strada di Hollywood: insoddisfatta dei ruoli che le venivano proposti, ritornò ai suoi studi, applicandosi nella ricerca di nuovi sistemi difesa a supporto delle forze alleate contro il nazismo.

Sara Sesti e Liliana Moro, Scienziate nel Tempo, Ledizioni, 16€

Forza ragazze, in sella!

Alle Olimpiadi Seul del 1988, a un giornalista che le chiese se suo marito fosse presente a sostenerla, Maria Canins rispose “Che viene a fare se a sostenermi basto da sola?”. In questa frase è racchiuso il carattere di un’atleta fantastica ma anche l’epica del ciclismo femminile, della sua tenacia e del suo intrecciarsi con la storia delle donne in Italia.
Per questo il libro di Antonella Stelitano è prezioso: nel delineare le gesta sportive delle cicliste italiane, fa pedalare fianco a fianco la fatica del gesto atletico e quella di superare prima lo sberleffo e l’insulto e poi le barriere organizzative ed economiche riservate alle donne.
E’ un lavoro che si inserisce in un filone poco sviluppato dalla ricerca e dalla pubblicistica: la storia sociale dello sport, fondamentale nell’abbinamento bicicletta- donna. Pensiamo, per esempio, alla necessità – per andare in bici – di liberarsi dell’odioso busto a stecche e degli ingombranti gonnelloni a favore delle gonne-pantalone, delle calzamaglie e finalmente dei pantaloni tour court. Abbigliamenti che cambiano, spazi di libertà che si aprono.
Il ciclismo è (stato) uno sport mitico, un tassello fondamentale del racconto della storia e del forgiarsi dell’identità dell’Italia contemporanea. Ancora di più se si alza il sipario sulle donne cicliste, prima osteggiate e poi non raccontate.
Da pochi anni si conoscono le gesta pioneristiche di Alfonsina Strada, ancora oggi unica donna partecipante al Giro d’Italia (quello dei maschi per intenderci). E che partecipazione! Alla partenza si presenta con pantaloncini e capelli corti, calzettoni abbassati, maglia a mezza manica, con una bicicletta di sua proprietà e senza poter contare su una assistenza organizzata. Contrariamente a molti suoi colleghi maschi, Alfonsina, il Giro, lo conclude, dimostrando a tutti che si può fare, che le donne possono farlo.
Dopo di lei, dopo la guerra, dopo la Resistenza delle staffette partigiane, spiccano le ragazze sprint e, su tutte, Augusta Fornasari. Bisognerà aspettare il 1962 per una partecipazione di una squadra femminile italiana ai campionati del mondo: segnatevi i nomi di Florinda Parenti, Morena Tartagni e Giuditta Longari la cui bici è esposta al Museo del Ghisallo e la foto nella copertina di questo libro.
Ma è solo con il ciclone Maria Canins, paragonata a Merckx per la sua capacità di stroncare le avversarie e di alzare l’attenzione mediatica, che il ciclismo femminile italiano si impone. Da quel momento la strada non è solo in discesa ma le vittorie delle nostre atlete, nelle diverse specialità, fanno finalmente breccia nel maschilista mondo del giornalismo italico: i nomi di Paola Pezzo, Fabiana Luperini, Imelda Chiappa, Elena Cecchini, Antonella Belluti, Elisa Frisoni, Silvia Valsecchi, Tatiana Guderzo, Elisa Longo…diventano patrimonio del grande pubblico, senza il quale il ciclismo non è tale.
Nel prepararere questo libro l’autrice si è avvalsa della ricerca d’archivio, della sua professionalità di giornalista sportiva e delle parole delle atlete intervistate, essenziali per comprendere lo spirito del nostro ciclismo (femminile). La libertà corre su due ruote.

Antonella Stelitano, Donne in bicicletta, edicicloeditore, 20€

Se l’è cercata

La violenza contro le donne (e non solo) e il linguaggio che la alimenta e la descrive: è questo il tema del libro di Stefania Spanò in arte Anarkikka, vignettista, illustratrice e femminista. Un tratto riconoscibilissimo, capace di sintetizzare temi e problemi serissimi e dolorosi. Una battaglia a colpi di vignette contro il linguaggio assolutorio nei confronti dell’uomo e la colpevolizzazione della donna.
Tutti i giorni i radio-tele-giornali, compresi quelli “autorevoli” e blasonati, con i loro titoli e articoli, contribuiscono alla narrazione della donna che istiga la follia dell’uomo cacciatore-geloso-innamorato. E ciò anche quando è dimostrato che la maggioranza dei crimini sono premeditati e commessi da compagni, mariti, fidanzati.
La funzione dei media e della comunicazione è troppo importante per lasciar perdere. Leggere, criticare, controbattere è necessario per attivare la consapevolezza e rafforzare il ruolo di chi fa onestamente l’indispensabile lavoro di raccontare i fatti.

Italia 2021: 1 femminicidio ogni 5 giorni senza differenza di latitudine, colore, classe sociale, campagna o città. Crimini commessi da uomini cresciuti in un sistema di valori e significati che non ammette relazioni paritarie e che alimenta lo stereotipo, rivendicato da politici inetti e frustrati ma rintracciabile anche in alcuni libri di scuola, che pone gli uomini in condizione di privilegio e “le donne in condizione di perenne affanno nella lotta per la parità”.
Un affanno che le vignette e le battute fulminanti di Anarkikka contribuiscono a mitigare.

Anarkikka, Smettete di farci la festa, People, 18€

Mi chiamo Jamie Conklin

E’ lui un bambino apparentemente normale l’io narrante dell’ultimo libro di Stephen King, pubblicato in contemporanea mondiale. La dedica a Chris Lotts, il suo agente letterario, non è casuale. Perché è agente letteraria la mamma – single – di Jamie e il mondo editoriale è parte integrante del libro. Mamma di un figlio con un dono soprannaturale, da custodire segretamente, perché il mondo intorno non capirebbe.

Un dono che può aiutare gli altri ma anche far camminare sulla soglia fra bene e male, mettere in connessione vivi e morti o meglio, vita e morte.
Per chi ha letto Stand by me, ritroverà lo sguardo amorevole, tenero dell’autore sull’infanzia e sul passaggi doloroso, necessario, all’età maggiore. Al dopo. A quando sarà necessario scegliere.
Jamie, diventato un ragazzino che non crede più alle favole, sceglierà verità e salvezza. Il prezzo è altissimo. Ma questo lo scoprirà solo dopo.

Stephen King, Later, Sperling & Kupfer, 19,90€

Le parole sono importanti!

Esiste un legame diretto fra il livello di disuguaglianza e le parole che si usano – o non si usano – nei confronti delle donne. Per esempio quando sono le uniche, in contesti pubblici, ad essere chiamate con il solo nome invece del cognome. Oppure quando si taccia di cacofonia il declinare al femminile cariche istituzionali o professioni. Per non parlare di quando vi dicono di sorridere di più e che, forse, non trovate fidanzato o marito perché spaventate gli uomini. E, non ultima, la qualificazione di mamma come rafforzativo per indicare una vera donna.
Ma se non esistono “le parole per dirlo” non esiste nemmeno il concetto sottostante. La parola sindaca non esisteva perché non era permesso alle donne diventare sindache!
Michela Murgia ci offre una carrellata di frasi che vengono pronunciate in contesti diversi: media, famiglia, amicizie, politica, lavoro. A partire da quella che da il titolo al libro, ricordo di un intervento radiofonico dello psichiatra Raffaele Morelli che si innervosì parecchio di fronte all’incalzare delle argomentazioni di Murgia.
Ed è proprio l’abilità argomentativa dell’autrice a far diventare questo un prontuario da tenere in borsa, pronto all’uso. Per ogni frase ci vengono offerti argomenti strepitosi per confutare i luoghi comuni, rimandandoli al mittente, qualche volta con l’effetto boomerang. Certo è faticoso, fa perdere tempo, arrabbiare ma è necessario. Fino a quando?
Michela Murgia si augura che fra 10 anni ragazze e ragazzi, trovando questo libro su una bancarella,, ne ridano perché queste frasi non le usa più nessuno.
Imperdibili le illustrazioni e le vignette di Anarkikka.

Michela Murgia, Stai zitta e altre nove frasi che non vogliamo sentire più, Einaudi, 13€

Donne poco allineate

La “crème de la crème” di Parigi viene invitata una volta l’anno alla Salpetrière, un manicomio femminile diretto da un maestro di Freud. Qui il dottor Charcot non tiene più le donne incatenate, le internate, sono definite “isteriche” e curate con l’ipnosi. Ma sono “isteriche” strettamente sorvegliate, comunque recluse. Perché alla Salpetrière si entra ma non si esce.
Poco importa se queste donne sono in realtà persone scomode, che hanno tenuto comportamenti anticonformisti e, per questo, sono state rifiutate dalla società e dalle loro famiglie.
Il romanzo ci parla di tutto questo attraverso le vicende delle recluse Louise, Eugénie, Thérése e della capoinfermiera Geneviève, tutte consapevoli che la loro sorte è stata decisa dagli uomini. Anche quando Charcot decide di mostrare alla Parigi bene dell’epoca le sue “alienate” danzanti e mascherate, suscitando timori e curiosità morbose.
“Sono aggressive?…Ci sarà Charcot?”. “Forse non avrei dovuto mettermi i diamanti, speriamo che le pazze non me li rubino”.
“Pare che alcune siamo molto belle”. “Ne ho viste certe assolutamente ripugnanti”

Ma quando l’orchestra inizia a suonare, ecco sfilare lattaie e marchese, contadini e Pierrot, moschettiere e Colombine, amazzoni e maghe…
Maschere che smascherano. Perché il pubblico stupito tramuta il timore in risata, con lo sguardo di chi osserva bestie ammaestrate non più pericolose. Perché gli invitati emettono gridolini, gorgoglii e i pazzi sembrano loro.
Un libro che sembra generato dall’urgenza di raccontare, che si legge tutto d’un fiato, che suscita sconcerto e rabbia ma che spalanca le porte alla conquista della libertà. Un libro di Storia e di storie.

Victoria Mas, Il ballo delle pazze, edizioni e/o, 16,50€

L’educazione della donna alla disparità

La più grande scrittrice francese vivente, colei che ha ridefinito i canoni dell’autobiografia, ci propone un libro tagliente, acuminato, quasi disturbante: La donna gelata.
Come è possibile che una ragazza cresciuta in una famiglia colta, anticonformista, che ha respirato il ’68 francese, di fronte i bivi della vita, non si sottragga alla forza di attrazione del matrimonio e della fondazione della famiglia. E’ convinta che un po’ di sacrifici vadano fatti e pensa di poter condividere con il futuro marito gli oneri e gli onori di tale scelta.
Capirà ben presto che la casa e i figli (curare, pulire..) sono problemi solo suoi, che lo squilibrio di ruoli e mansioni fra moglie e marito, tra madre e padre diventa una condanna per l’autrice-protagonista. Una condanna alla glaciazione dell’interiorità e del desiderio.
Fare carriera, un’altra cosa che è meglio lasciare agli uomini…Sono una privilegiata, con la tata che mi aiuta quattro giorni e mezzo a settimana? Ma allora quale uomo non lo è, privilegiato, con la sua donna delle pulizie preferita in servizio sette giorni su sette?

Ma il passaggio, autobiografico, di una donna verso la rinuncia alla sua personalità, ai suoi obiettivi, persino al suo carattere, dura poco. A soli 28 anni ha terminato il suo apprendistato alla disparità, si è convinta che la vita è spingere passeggini, preparare i pranzetti per il marito all’ora giusta, perché poi deve tornare al lavoro, è rinunciare ad andare al cinema per consentire al marito di farlo. D’altro canto che serve curare il figlio in due?

Un libro sugli “orrori” della famiglia normale, una spietata e lucidissima radiografia della coppia “moderna”. Una lettura indispensabile per tutte le donne ma soprattutto per le ragazze che ai bivi della vita si stanno approssimando.

Annie Ernaux, La donna gelata, L’Orma, 17€

Una Lady contro il vaiolo

Cosa succede quando una colta, curiosa e poliglotta signora inglese incontra un traduttore ufficiale dell’Ambasciata britannica – il dragomanno – che è anche un medico italiano dell’Università di Padova? Il mondo fa un passo avanti verso l’affrancamento da malattie e pestilenze.
Succede infatti che una pratica contadina decisamente inquietante – l’inoculazione del morbo attenuato del vaiolo per sconfiggere il terribile male – diventi oggetto di discussioni, approfondimenti e di un viaggio che dalle corti levantine arriva a quelle inglesi, dove i reali temono per la vita dei propri figli, solca gli oceani, arriva nel nuovo mondo.
E infine, dopo una lunga peregrinazione fra dileggi, diatribe pseudoscientifiche, battaglie filosofiche fra i diversi punti di vista, quell’esperimento di “donne ignoranti” diventa la base per la pratica della vaccinazione.

Un libro affascinante sul viaggio di un’idea, su un secolo che approda all’Illuminismo e alla scienza, su un donna – Mary Wortley, lady Montagu – capace di perseguire le proprie convinzioni, aperta al mondo e alle novità, interlocutrice autorevole di scienziati, letterati, filosofi e regine.
Un libro che è insieme narrazione storica, biografia e diario di viaggi. Una raccomandatissima novità!

Maria Teresa Giavieri, Lady Montagu e il dragomanno, Neri Pozza, 17€