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Autore: lorena.ferrari@pagina59.it

Stefano il testimone, Francesco il professore, Carlo il morto

La più grave sospensione dei diritti umani e democratici in un paese occidentale dal dopoguerra, come la definì Amnesty International, anticipò le derive autoritarie e la violenza a cui assistiamo inebetiti e assuefatti da qualche decennio.

Stefano Valenti scrive un romanzo a partire da quel luglio 2001 a Genova quando migliaia di persone alla ricerca di un altro mondo possibile, furono picchiati, manganellati. Decine massacrati, torturati e, come Carlo Giuliani, uccisi.

Furono persone con la divisa rappresentati di un paese democratico, da esso pagati, a farlo. Ragazze e ragazzi ai loro occhi sono diventate cose da insultare, picchiare, disumanizzare, umiliare alla Diaz come a Bolzaneto. Gli agenti sembravano impazziti, adrenalinici, ispirati dalla violenza impunita e impunibile.

Lì in cella, afferrano per le orecchie un ragazzo, lo prendono per i capelli gli danno schiaffi e pugni e lo picchiano in ogni modo. Il ragazzo non reagisce. Gli danno calci nella schiena. Il ragazzo è ferito. Quando appoggia la fronte sanguinante alla parete gli ingiungono di non sporcare.

Leggere questo libro non sarà facile. La scrittura fluisce, lo scrittore non mette mail i panni del voyeur della sofferenza e il racconto è privo di enfasi. I fatti non lo necessitano. Ma il pugno nello stomaco arriva secco e e senza indugi. Attraverso gli occhi, la mente e il corpo di Francesco, del professore, vediamo fluire il veleno di quei giorni: il tormento fisico si fa esistenziale e conduce, 10 anni dopo, al suicidio. Lascerà una lettera alla compagna Claudia e all’amico il compito di farsi testimone di quei giorni, di raccontare le breve e intensa stagione di un soccombente e di una vittima.

I massacri di Genova sono stati la risposta brutale all’ultimo grande movimento di opposizione al capitale che governa il mondo sempre più spietatamente. All’orgia di un potere incarnato nei politici del tempo, ora al servizio di 5 tecnocrati che stanno saccheggiando risorse, competenze, diritti in nome di un supposto progresso senza regole che si beffa delle aspirazioni all’uguaglianza, dell’anelito alla solidarietà, del bisogno di giustizia.

Stefano Valenti, Come farfalla a luglio, Gramma Feltrinelli, 18€

Io Ragip, turco, che amo te Efronya, armena

Si chiude con questo nuovo libro, il Quartetto ottomano di Ahmed Altan*. Dopo Come la ferita di una spada (2018) e Amore nei giorni della rivolta (2019), Signora Vita (2021), ecco Ti cerco, amata. Un libro coraggioso che affronta, dal punto di vista di uno scrittore turco, il genocidio armeno. Attraverso una storia d’amore, tanto appassionata quanto anticonformista.

Nella Turchia del 1915, dello sfacelo dell’Impero Ottomano, qualsiasi sentore di opposizione interna porta a un destino tragico: milioni di armeni vennero arrestati, deportati, uccisi.

La vicenda segue Ragıp Bey, ufficiale turco fedele all’esercito, che intraprende una ricerca disperata dell’amata Efronya, infermiera armena scomparsa durante le deportazioni. Altan evita sia il melodramma del romanzo d’amore sia il romanzo storico didascalico. L’amore tra i protagonisti non è un semplice espediente narrativo: diventa il punto da cui osservare il collasso di un intero mondo. Ragıp non è un eroe moderno né un dissidente esemplare; è un uomo che scopre gradualmente le contraddizioni del sistema che serve.

In un luogo in cui gli armeni erano stati espulsi e i turchi inviati al fronte, le case erano state svuotate e i negozi chiusi, l’abbandono e l’oscurità creavano un senso di cupa disperazione, mentre la pioggia invernale rendeva la città ancora più solitaria. Vagando per le strade di una Aleppo che sembrava imprigionata in un perenne crepuscolo, Ragip Bey andava nei caffé, nelle taverne, sedeva nella hall dell’Hotel Baron, cercava indizi. Come chiunque vada alla ricerca di una persona scomparsa, sentiva che anche lui ogni giorno si perdeva, si svuotava un po’ di più.

Respiro epico e intensità psicologica per un intreccio fra la Storia e le vicende individuali in una tensione costante anche quando l’autore si sofferma sulle riflessioni interiori dei personaggi. E una meditazione profonda su come gli esseri umani reagiscono quando la storia li pone davanti all’orrore.

*Ahmet Altan era stato incarcerato con l'accusa di aver diffuso “messaggi subliminali” a favore del tentato colpo di stato nel luglio 2016. Nel 2018, alla fine di un processo che ha suscitato in tutto il mondo la preoccupazione e l'indignazione dei sostenitori della libertà di parola e di opinione, era stato condannato all'ergastolo, poi commutato in dieci anni di carcere. Il tribunale d'appello ne aveva disposto la scarcerazione, ma la misura era poi stata ritirata per il ricorso della procura e Altan era tornato in carcere. Il 13 aprile una sentenza della Corte Europea dei Diritti Umani aveva stabilito che la sua detenzione fosse illegittima e costituisse una violazione dei suoi diritti.

Ahmed Altan, Ti amo, amata, edizioni EO, 21€

Siamo stati tutti migranti. A 70 anni da Marcinelle

8 agosto 1956 262 morti di cui 136 italiani. La più tragedia dell’emigrazione italiana nell’incendio scoppiato nella miniera carbonifera di Bois du Cazier di Marcinelle, nell’area di Charleroi. Fu disattenzione corroborata dalle misere condizioni di lavoro e dalla disorganizzazione.

L’autore Paolo Di Stefano aggiunge 4 capitoli a questa nuova edizione che segue quella pubblicata nel 2021 che fanno di questa inchiesta giornalista, di questo documento storico un racconto corale a tutto tondo. Le persone, i minatori, le loro famiglie diventano protagoniste.

Accanto alla “cronaca” dei cunicoli in fiamme, si staglia il dolore e il pianto delle donne, dei loro bambini. Famiglie di cui si narra la vita quotidiana, la dolcezza degli incontri, la vivacità e la varietà degli accenti. E poi i “salvatori”, arrivati anche dall’Italia

Il processo, i processi non furono esemplari anzi quasi delle farse. Lo stato italiano (si qui con la lettera minuscola), che 10 anni prima aveva siglato un accordo di scambio con il Belgio per rifornire le miniere di uomini-carbone in cambio di carbone da importare, fu assente. Una pagina decisamente disonorevole!

Dirigenti assolti, sicurezza del lavoro in miniera quasi inesistente,

I giovani abitavano le camere guarnite ma per le famiglie non c’era casa, e se da italiano andavi a domandare una casa ai belgi, sai cosa ti si rispondeva? Di stare lontano, peggio dei cani, mi comprende? Per noi operai di carbone non c’era casa, c’era solamente sclavaggio

Marcinelle è il simbolo di una generazione costretta a lasciare il proprio paese per lavorare in condizioni durissime, sopportando miseria e razzismo. Ce lo ricordiamo?

Paolo Di Stefano, La catastròfa, Sellerio, 16€

Belfast oscura e segreta

Considerata una delle migliori scrittrici irlandesi viventi, Wendy Erskine ci consegna un ritratto senza sconti di Belfast, una città che non ha ancora appreso a parlare onestamente di sé dopo la fine dei troubles.

Ed è una storia familiare ad illuminare l’oscurità del vivere quotidiano fra classi sociali, fra troppo ricchi e troppo poveri. Il risultato è un’opera corale ambientata nella Belfast contemporanea, dove il centro narrativo non è un singolo protagonista ma una rete di personaggi che ruotano attorno a un evento traumatico: un’accusa di violenza sessuale ai danni di una ragazza, Misty, da parte di tre ragazzi appartenenti a famiglie agiate.

Le famiglie dei ragazzi reagiscono in modo compatto per proteggere i figli, mostrando come il privilegio possa tradursi in protezione, controllo e manipolazione. In parallelo, Erskine esplora il lato opposto: la precarietà economica e affettiva della famiglia di Misty, dove il sostegno emotivo diventa una forma di resistenza.

Misty si toglie la vestaglia che le ha comprato Boogie e spegne la luce cos’ da rendere la stanza una sorta di caverna. Le fa male quando entra in acqua ma poi dopo un paio di minuti il dolore diminuisce. Stamattina è tornata alla polizia per alcuni esami. Le faranno avere i risultati tra poco…I ragazzi, così pare, sono stati arrestati. S’immagina la faccia di Line-up, quando l’hanno portato via. Dev’esserci rimasto. Magari si ricordava delle sue parole…

Da qui, l’autrice non costruisce un classico thriller giudiziario, ma un mosaico di voci: le madri dei ragazzi, la famiglia di Misty, amici, conoscenti e narratori intermittenti. Il suo è un romanzo che scava nel profondo di legami intimi, nell’ombra di privilegi sociali, nella fragilità di comportamenti indicibili.

Una lettura indimenticabile

Wendy Erskine, I Benfattori, Atlantide, 19.50€

Bologna non è più quella di un tempo. Forse.

Un esordio riuscito, un giallo che scavalca il genere e diventa affresco di un città mitizzata, cambiata. Un po’ come il resto del mondo.

Il respiro del faggio è un noir contemporaneo, ambientato tra le atmosfere urbane di Bologna, che inaugura la serie investigativa con protagonisti Vera Rotari e il sovrintendente Antonio Petrella.

Il romanzo si apre con due casi apparentemente scollegati: l’omicidio di un’anziana benestante e la morte sospetta di un giovane di origine straniera. Da qui si sviluppano due linee investigative parallele che, lentamente, convergono in un’unica rete di segreti, potere e marginalità sociale.

Bologna non è solo uno sfondo del romanzo ma è la protagonista. Una città “accogliente” solo in superficie, sotto la quale si muovono contraddizioni sociali, periferie invisibili e rapporti di potere opachi. E sarà “sotto” la chiave di volta delle indagini di Vera e Antonio.

Si perché i casi sono due, apparentemente scollegati: l’omicidio di un’anziana benestante e la morte sospetta di un giovane operaio di origine straniera. Da qui si sviluppano due linee investigative parallele che, lentamente, convergono in un’unica rete di segreti, potere e marginalità sociale ma anche di nuovi cittadini alla ricerca di una nuova identità senza perdere le radici.

Tornò con gli occhi al pennacchio della torre degli Asinelli e alla stortura della Garisenda. Pensò a quanto aveva vissuto in quella città A quanto anni aveva speso sotto i portici, sui colli. A quanto si era arrabbiata, quanto aveva pianto. Ma anche quanti tramonti bellissimi aveva visto a San Luca, quante albe solitarie in Piazza Maggiore. Le via della Cirenaica in cui era cresciuta. I baristi che la salutavano, gli studenti che sorridevano. Bologna era una città piena di bugie, che non aveva mantenuto le sue promesse. Ma chi l’aveva fatto? Quale angolo del mondo era diventato qualcosa di meglio negli ultimi vent’anni? Alla fine quella città dalle mille facce era la sua. Pensò che se fosse anta via, le sarebbe mancata.

Il finale del libro ci dice chiaramente che Vera e Antonio dovranno continuare a collaborare. Alla prossima.

Fabio Rodda, Il respiro del faggio, Salani,18€

Adolescenti intelligenti

Da più di cinquant’anni il mio mestiere consiste nell’effettuare colloqui psicologici con adolescenti e giovani adulti. Qui ho potuto osservare, nel tempo, le evoluzioni delle diverse generazioni di adolescenti, i mutamenti della società, come la trasformazione dei ruoli genitoriali

gli adolescenti contemporanei non vengono descritti come fragili o “problematici”, ma come intelligenti in modo nuovo. Charmet sostiene che i ragazzi di oggi abbiano sviluppato una forte capacità di introspezione: sanno raccontarsi, nominare le emozioni e riflettere su sé stessi molto più di quanto si creda.

Questa “intelligenza emotiva e narrativa” nasce dentro un contesto sociale profondamente cambiato: famiglie più affettive che normative, scuola in crisi di autorevolezza e una società dominata dall’attenzione all’identità personale e alle emozioni.

Ogni adolescente è un esploratore della propria mente; vuole capire dove abita la sua verità

Gustavo Petropolli Charmet, Adolescenti intelligenti, Mimesis, 12€

Noi giochiamo a calcio. Dunque esistiamo!

Il calcio per i Palestinesi è soprattutto questo. “Se continuiamo a giocare significa che esistiamo, che non saremo cancellati

E se il sogno di andare ai Mondiali 2026 non si è realizzato, la squadra senza patria è invece riconosciuta da Cio e Fifa e gioca nelle competizioni internazionali, naturalmente solo in trasferta. La loro casa, i loro campi sono da anni sotto occupazione israeliana.

l libro prende le mosse proprio dal rigore a tempo scaduto che spegne il sogno della qualificazione ai Mondiali per la nazionale palestinese, squadra riconosciuta ufficialmente dalla FIFA pur in assenza di uno Stato sovrano pienamente definito.

Giulia Bassi, giornalista, esplora la condizione peculiare di un gruppo di atleti condannati a un esilio forzato: una selezione che gioca sempre e solo in trasferta, senza mai poter disputare una partita in casa. Attraverso questa vicenda sportiva, il libro si trasforma rapidamente in qualcosa di più ampio e più intimo: una riflessione sul significato di “patria”, di appartenenza, di identità.

Il calcio, in questo contesto, smette di essere semplice sport e diventa messaggio politico, simbolo di speranza e strumento di resistenza. Intrecciando la propria narrazione personale con le biografie dei calciatori, l’autrice costruisce un ponte tra memoria storica e prospettive future, mostrando come l’identità nazionale possa consolidarsi attorno a un pallone.

A Betlemme lì dove l’odore del caffé corre e si insinua tra gli strettissimi vicoli di un campo profughi sovraffollato…mi piace immaginare ancora la signora Aida, che il caffé lo preparava prima del 1948, quando l’aroma non doveva mescolarsi all’odore acre dei lacrimogeni e alla puzza dell’inchiostro di un’ordinanza di demolizione di un campetto usato dai bambini per giocare a calcio. E immagino che Aida sorrida…perché Aida è colei che ritorna. Aida è un grido disperato, come quello della canzone di Rino Gaetano… una dichiarazione all’Italia piena di contraddizioni..L’Aida di Rino Gaetano e l’Aida tra Betlemme e Bit Jala. L’Italia e la Palestina.”

Il volume è arricchito dalla prefazione di Mauro Berruto, ex ct della nazionale italiana di pallavolo.

Un racconto necessario, capace di far coesistere la passione per il calcio e la lucidità del reportage, in un momento in cui la Palestina è al centro del dibattito mondiale e lotta per non sparire.

Giulia Bassi, La Nazionale senza casa, Garrincha, 17€

Elogio della controgeografia

Proprio come la scienza non è prerogativa degli scienziati anche la geografia non è un’invenzione dei cartografi e dei geografi professionali

Matteo Meschiari, scrittore, antropologo e professore universitario, ci propone 111 mappe di Terre che non sono la mia, ovvero il titolo del libro che ci parla di una geografia che oltre a misurare il visibile ci porta a immaginare l’invisibile, come un apparecchio di cattura dell’immaginario.

Scienza e immaginazione, scienza e arte, umano e non umano insieme descrivono una geografia che, prima di diventare dispotica ed egemonica con le sue linee, i suoi confini e la pretesa di oggettività assoluta, era un patrimonio condiviso e praticato, non sempre consapevolmente, da un’intera comunità.

Forse la mappa cognitiva che un indigeno può immaginare mettendosi nella prospettiva di un animale o di un paesaggio “non è vera”, ma in qualche modo funziona…Gli antropologi che studiano l’immaginario di vari popoli aggrediti dal collasso climatico hanno potuto constatare il valore pragmatico dello sguardo indigeno sui ghiacci in rapido scioglimento o sull’inaridimento dell’Outback australiano.

Nel libro vengono illustrate e descritte 111 mappe, dalla Groenlandia all’Australia, dalla Cina all’Amazzonia, dall’arte paleolitica a quella contemporanea, da Babilonia a un asilo di provincia in Italia, dalla Mapa de la Isla de Buglas, un arazzo filippino del 2017 esempio di resistenza per contrastare il controllo della memoria e del potere da parte del governo. E’ un esempio recente, tangibile di una storia alternativa dell’industria delle zucchero – prima della colonizzazione l’Isla de Negros era di Buglas – che genera una controgeografia.

Come le altre 110, fa parte di un piccolo campionario di mondi altrui, un atlante per ripensare il posto dell’umano nel mondo.

Matteo Meschiari, Terre che non sono la mia, Bollati Boringhieri, 22€

Rileggere il Metodo Srebrenica 30 anni dopo

Non siate tristi. Continuate in ciò che era giusto

Così scrisse Alexander Langer, colui che capì fin da subito che durante la guerra nella ex Jugoslavia “se si tocca la Bosnia” nulla sarebbe stato più come prima.. Gli era chiaro che la guerra interetnica in Bosnia sarebbe stata più sanguinosa di quelle già combattute. Nessuna delle 5 repubbliche federate di Jugoslavia aveva una composizione così articolata e disomogenea: secondo il censimento del 1991 vi erano il 43,3% di musulmani (che mai però si erano identificati come comunità autonoma) , il 31,1% di serbi, 17,3% di croati e poi un 5,5% che si dichiarava semplicemente jugoslavo.

Quando i serbi bosniaci attaccarono l’area di Srebrenica, teoricamente un santuario per i musulmani di Bosnia protetto dall’ONU e dalla Nato, riuscirono a farsi consegnare dai caschi blu olandesi donne, uomini e bambini, fra distribuzione di biscotti e i sorrisi diabolici di Ratko Mladic, plasticamente ripresi dai media occidentali.

…l’ONU, la Nato, la civiltà…(CSI, Linea gotica)

8000 di quegli uomini furono trucidati nell’area di Srebrenica fra l’11 e il 17 luglio del 1995. Pochi giorni prima, il 3 luglio, Alex Langer si suicidò.

Il libro di Ivica Dikic, nella nuova edizione appena uscita che espande la narrazione ai mesi successivi al genocidiok alla fine della guerra e al processo al Tribunale dell’Aja, ci racconta come avvenne quel massacro, quali risorse, quali tempi e procedure vennero impiegate dall’esecutore e coordinatore della strage: Liubisa Beara, di Sarajevo, ufficiale dalla JNA (Armata popolare jugoslava) che in modo efficiente, ordinato, razionale portò a termine il compito di massacrare 8000 musulmani.

L’autore segue Beara giorno per giorno, ora per ora, senza inventare quasi nulla, utilizzando i documenti del Tribunale dell’Aja e alcune testimonianze: quali fucili scegliere, quanti autobus utilizzare per trasportare gli uomini davanti ai plotoni di esecuzione, come reperire gli autisti e coloro che devono premere i grilletti, dove scavare le fosse comuni. La narrazione è a volte gelida, quasi neutra, un elenco di fatti e, per questo, ancora più efficace di qualsiasi finzione letteraria.

Non fu Beara a ordinare la strage, lui fu il braccio, la mente stava altrove (“Belgrado non poteva non sapere”) così come l’ignavia, la codardia stava comodamente assisa nella la nostra preziosa civiltà occidentale.

Leggere questo libro significa capire perché le guerre dei Balcani ci riguardano ancora, per la loro capacità di anticipare il mondo in fiamme in cui ci troviamo, i deliri nazionalisti che trasformano il tuo vicino in nemico, gli esseri umani che cercano salvezza in colpevoli clandestini. La guerra ucraina generata dall’invasione russa non è stata la prima in Europa, dopo la II guerra mondiale come molti si ostinano a ripetere, prima ci fu la Jugoslavia.

Ed è per questo che la ferita di Srebrenica non può chiudersi. Essa ricomincia a sanguinare quando noi ricchi e armati Stati europei, rimaniamo inermi o addirittura collaboriamo ai genocidi in Congo, in Sudan, a Gaza.

Ivica Dikic, Metodo Srebrenica, Bottega Errante Edizioni, 20€

A New York con Paul Auster

Chi non conosce New York? E chi non ha mai sentito nominare nemmeno una volta Paul Auster? In questo libro Giorgio Biferali tratteggia una guida narrativa e un racconto della città attraverso le opere di Paul Auster.

Le immagini di New York sono ormai da tempo parte della nostra memoria collettiva; anche chi non c’è mai stato fisicamente ha nella testa e negli occhi il suo iconico skyline, i suoi grattacieli o i suoi taxi gialli. La città rivive in tutti noi attraverso i film e la tv. Ecco perché, secondo l’autore, new York è una città in cui si arriva da lontano, prima ancora di averla raggiunta: basta nominarla per vederla. I suoi quartieri e le sue strade hanno per noi qualcosa di nuovo e, contemporaneamente, di familiare, in bilico tra realtà e finzione.

E, in realtà, forse non esiste una sola New York, ma c’è una New York differente per ogni persona che la guarda, la ascolta, la immagina o la vive (anche solo di passaggio e da turista). Così in questo libro possiamo rintracciare due diverse New York, quella che l’autore ha visto prima di arrivarci e quella che ha visto una volta arrivato. Per Biferali il filo rosso che le unisce è stato Paul Auster.

Ho conosciuto Paul Auster, prima di conoscere New York. Ho conosciuto New York, anche grazie a Paul Auster. Questo libro racconta questo passaggio, questa scoperta.

L’autore non potrà mai incontrare fisicamente il grande scrittore, morto poco tempo prima del suo viaggio; tuttavia, Paul Auster lo accompagna nei luoghi iconici della città, alla Columbia University, a Central Park, a Broadway e a Brooklyn. Ed è proprio attraverso le opere, i ricordi e lo sguardo dello scrittore americano che noi lettori possiamo scoprire, o riscoprire, la città tra luci e ombre.

Il titolo fa parte della collana Passaggi di Dogana in cui scrittori e scrittrici contemporanee si addentrano nel percorso artistico, musicale, letterari, cinematografico per disegnare nuovi itinerari dove quello che conta è lo sguardo inedito con cui si può visitare una città.

Giorgio Biferali, A New York con Paul Auster, Giulio Perrone editore, € 16