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Autore: lorena.ferrari@pagina59.it

Quella era my generation

Quando si cresce il nostro sguardo sul mondo cambia. Ma cosa succede se il mondo, la società, le persone intorno a noi cambiano davvero? E’ quello che accade a Sara Mei che alla fine degli anni ’60 sembra in procinto di conquistarlo quel mondo, insieme agli altri. Perché the times they are a-changing.

Prima c’erano i bambini e poi gli adulti, Negli anni ’60 arrivano i giovani, categoria sociologica inedita che pensa, si veste, legge, ascolta musica e vede cinema completamente diversi. E’ una generazione che non accetta più le frontiere e le gabbie imposte dagli adulti, dalla famiglia, dal sistema. E’ My generation.

Sono anni in cui anche una ragazzina come Sara alzo lo sguardo e ciò che vede le piace molto. Ragazze e ragazzi spavaldi, belli, colti, interessanti. amicizie da coltivare, amiche con cui condividere amori e tristezze, gioie e passioni e con la spasmodica convinzione di un domani migliore.

Per sé e per gli altri. Insieme a scuola, al cineforum, al Piper, nelle manifestazioni.

Valle Giulia e le manifestazioni contro la guerra nel Vietnam, i contrasti in famiglia e lo sbarco sulla luna. L’accesso libero dal ginnasio al liceo, libertà e porte che si aprono. Sara ci sguazza,fra divertimento e impegno: nel frattempo diventa grande. Come la sua generazione che vede spezzarsi le illusioni. A Milano esplode una bomba. La prima di un periodo molto diverso ma altrettanto intenso.

Comunque la si pensi, formidabili quegli anni!

Serena Dandini, C’era la luna, Einaudi, € 18

Uccidi i ricchi

Come si arriva ad uccidere nel modo in cui uccide il killer del libro? Vendetta, rabbia, assenza totale di empatia. Sullo sfondo una società elitaria senza regole, senza scrupoli, in una totale assenza di etica.

“Uccidi i ricchi”, uno slogan, un invito? In effetti alcuni ricchi muoiono, in modo sospetto, apparentemente senza ragione.

Si parte con l’ex calciatore Jesùs Martinez, il cui cadavere viene ritrovato nella criosauna del suo appartamento in uno dei palazzi più chic (?) di Milano. E’ fra i 500 uomini più ricchi del mondo. Un incidente? Impossibile, il malfunzionamento non è ammissibile per un multimiliardario di quel calibro.

Si tratta con ogni probabilità di un assassinio, a cui altri seguiranno.

A indagare l’ex poliziotta Colomba Caselli, ora nella veste di detective privato, e del suo geniale ma imprevedibile socio Dante Torre, “l’uomo del silos”, esperto di persone scomparse e abusi infantili (cfr. Uccidi il padre).

Nel frattempo si diffondono online una serie di post che incitano alla rivolta lanciando lo slogan: UCCIDI I RICCHI. Che si tratti della mano di un singolo vendicatore sociale oppure di un gruppo di anarchici o complottisti, il killer sembra inafferrabile. Forse perché non appartiene né all’uno né all’altro gruppo.

Un thriller vero ma anche un flash sul destino di “umanità a perdere” 

Sandrone Dazieri, Uccidi i ricchi, Rizzoli, € 19

La prima regina

Due donne alla ricerca di se stesse: Margherita e Nina. La regina e la sguattera: lo sfarzo e la miseria, classi sociali incompatibili. Ma in entrambi casi destini segnati dal loro genere: donne.

Nel giugno del 1868, quando per la prima volta entra nella Villa Reale di Monza, Nina è una ragazza travolta dagli eventi. Lei, una semplice sguattera, dovrà occuparsi della camera della principessa Margherita, da pochi mesi moglie dell’erede al trono d’Italia. Un sogno che diventa ben presto un incubo. L’incontro con un anziano maggiordomo di Casa Savoia, però, le cambia la vita. Nina imparerà a leggere e a scrivere, studierà, troverà l’amore e, nel corso degli anni, la sua strada si affiancherà a quella della donna più ammirata d’Italia, la regina Margherita. Fino al giorno in cui dovrà fare una scelta difficilissima…

Nel giugno del 1868, quando per la prima volta fa il suo ingresso nella Villa Reale di Monza, a Margherita sembra di vivere in un tempo sospeso. La sua intera esistenza è stata dedicata a prepararsi per quel ruolo, essere la degna e impeccabile consorte di un principe di sangue reale. Ma per suo marito Umberto è come se lei non esistesse. Il matrimonio è una finzione, il suo unico compito è procreare un erede maschio e poi scomparire all’ombra di Umberto. Eppure Margherita non ha intenzione di sacrificarsi in nome della Corona. E così sarà lei a conquistare l’amore del popolo, sarà lei ad affascinare la riottosa aristocrazia romana, sarà lei a diventare un’icona del suo tempo: la Prima Regina d’Italia.

Monza, Napoli, Roma, il Piemonte: nell’Italia appena unita dove la voragine sociale si allarga, un generale usa i cannoni per reprimere la protesta milanese contro l’aumento del pane. In segno di riconoscimento, il 5 giugno 1898 il re Umberto I, il marito fantasma di Margherita, assegna il titolo di grande ufficiale dell’Ordine militare di Savoia.

Qualcuno se lo ricorderà in quel fatidico giorno del luglio 1900, dove tutto viene stravolto in un attimo…

Alessandra Selmi, La prima regina, Editrice Nord, € 20

Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto. Storia di un conflitto (XIX-XXI secolo)

Il saggio di Filiu ci costringe ad affrontare il conflitto israelo-palestinesi abbandonando narrazioni e vulgate giornalistiche inutili. L’accurata ricostruzione storica, l’analisi delle relazioni con il resto del mondo e, in particolare, con il mondo anglosassone, l’opportunismo e l’ipocrisia dei Paesi arabi portano lo storico francese ad affermazioni nette e parzialmente inattese.

Si parte una constatazione: la sconfitta storica della causa palestinese. Nel 1922 quando la Società delle Nazioni attribuì alla Gran Bretagna un mandato sull’ex territorio ottomano della Palestina, la popolazione era per il 90 per cento araba sebbene Londra prese l’impegno di accendere un “focolare nazionale” per il popolo ebraico. Un secolo dopo il numero degli ebrei e degli arabi che ci vivono si equivale ma…lo Stato di Israele copre il 77 per cento del territorio e occupa, illegalmente secondo il diritto internazionale, la maggior parte del resto, lasciando briciole a ciò che resta dell’Autorità Palestinese e ad Hamas.

Il movimento sionista nasce nell’ambito della religione cristiana, ovvero del protestantesimo anglosassone, convinto che il “ritorno” del popolo di Israele nella “sua” terra facesse parte del compimento delle profezie. Il sionismo ebraico arriverà dopo-

Tale aspetto è stato ed è essenziale nella costruzione della politica degli Stati Uniti e del sostegno senza se e senza ma allo stato e ai governi israeliani, all’accettazione delle violazioni continue del diritto internazionale, ivi compresi i crimini di guerra. Questo è il primo dei 3 punti di forza di Israele

Il secondo è il pluralismo del sionismo ebraico, paradossalmente più aperto di quello non ebreo, vivacissimo nei dibattiti interni: ogni suo nuovo membro articola in modo diverso la sua idea di sionismo. Non a caso il sistema elettorale è puramente proporzionale. E se ciò garantisce una rappresentanza democratica perfetta, alimenta anche un’incredibile frammentazione del quadro politico, con tornate elettorali frequentissime. Dopo l’assassinio di Rabin, nessun governo si è occupato in modo coeso e convinto della pace con i palestinesi, favorendo il rinvio dei negoziati fino alla loro completa sparizione.

Il terzo punto di forza di Israele è la strategia dei fatti compiuti: occupo, colonizzo, erodo i territori palestinesi. Tanto nessuno me ne chiederà mai conto.

Ai 3 punti di forza israeliani si contrappongono i 3 punti di debolezza palestinesi:

  • l’illusione della solidarietà araba. Saranno i capi di stato arabi ad escludere rappresentanze palestinesi negli armistizi conclusi con Israele dopo la catastrofe, la Nakba con l’esodo forzato a favore dei nuovi insediamenti ebraici. Sarà solo grazie alla nascita dell’Olp e al suo leader Arafat che la resistenza palestinese acquisirà forza e visibilità nel mondo intero. Da soli resisteranno all’assedio israeliano di Beirut senza che emiri, sceicchi principi o dittatori arabi muovano un dito
  • la frammentazione palestinese, al contrario di quella ebraica, è un punto di debolezza enorme di fronte alla coerenza sionista. Le fazioni tenute a bada fino alla morte di Arafat diventano un elemento dirompente, soprattutto con l’islamizzazione della resistenza ad opera di Hamas che acquisisce una reputazione anche grazie alla farsa degli accordi di Oslo, alla corruzione interna all’Autorità Palestinese che sempre più si configura come un “cane da guardia” degli israeliani e al via libera di Sharon. Divisioni decisive per il prossimo futuro.
  • il terzo punto è l’eccessivo coinvolgimento della comunità internazionale: aiuti, sostegno diplomatico visibilità della causa palestinese da un lato, costante erosione, di diritti e terra dall’altro. Il doppio standard consente l’impunità dei crimini israeliani grazie allo status d’eccezione dello Stato d’Israele che bolla, oggi insieme a una parte della comunità internazionale, di antisemitismo qualsiasi iniziativa di condanna.

Eppure, nonostante lo schiacciante rapporto di forza in suo favore, Israele non ha saputo prevedere il 7 ottobre, sottovalutandone i segnali. Di fronte alle atrocità commesse da Hamas, ha deciso di punire l’intera popolazione palestinese di Gaza e ora di Cisgiordania dove i coloni e l’esercito stanno strappando la terra, le case, le colture ai palestinesi.

Ma la sconfitta storica della causa palestinese non impedisce a questo popolo di mantenere un legame affettivo, culturale, quasi di cura con la propria martoriata terra.

No il conflitto israelo-palestinese non è un gioco a somma zero in cui le perdite dell’uno si traducono meccanicamente nelle vincite dell’altro…Restituire al passato la sua complessità…è forse il miglior antidoto alla frenesia identitaria

Jean-Pierre Filiu, Perché la Palestina è perduta ma Israele non ha vinto. Storia di un conflitto (XIX-XXI secolo), Einaudi, € 32

A Napoli con Pino Daniele

Pier Luigi Razzano ha deciso di raccontare la storia e il mondo del “lazzaro felice” a sua figlia Frida, dopo una mattina che l’ha vista rigirarsi incuriosita il vinile di “Mascalzone latino”.

La Napoli di Pino Daniele è vasta, più che una città. E’ una città-mondo. Un vero e proprio continente fatto di strade, vicoli, piazze, e che si estende con coordinate emotive tracciate dai colori accecanti della giornata di sole, dei sapori, degli umori.

Una città carnale, corporea, che pulsa e vive nell’alternarsi continuo di stati d’animo contrastati, proprio come è Napoli.

C’è la felicità incontrollabile e ci sono le malinconie improvvise, l’“alleria” e l’“appocundria”. Pino Daniele ha dato il suono a un’epoca. Ha accompagnato più di una generazione che ha ritrovato sé stessa nelle sue canzoni, così Insieme attraversano la città con passeggiate, corse e in vespa e giri in auto per guardare e ascoltare la Napoli universale di Pino Daniele.

Il titolo fa parte della collana Passaggi di Dogana in cui scrittori e scrittrici contemporanee si addentrano nel percorso artistico, musicale, letterari, cinematografico per disegnare nuovi itinerari dove quello che conta è lo sguardo inedito con cui si può visitare una città.

Pier Luigi Razzano, A Napoli con Pino Daniele, Giulio Perrone editore, € 16

Zelda Zanzazar

Alzi la mano chi ama le zanzare? Nessuno vero?

Perché non avete mai conosciuto Zelda. La sua famiglia, gli Zanzazar, sono atleti rivoluzionari, pionieri leggendari, vincono le Fastidiolimpiadi ma non riescono a raggiungere il terzo grado del fastidio per gli umani. Possono disturbare e far arrabbiare ma non riescono a far infuriare. Ci riuscirà la piccola Zelda con il suo debole ronzio?

Si perché Zelda ha letto un libro e ha capito che non c’è un solo modo di fare le cose, che non è necessario rincorrere i canoni imposti, le regole inviolabili.

Lei è piccola e può utilizzare il forte ronzio delle grandi zanzare. Ma non può essere questo l’unico modo per far infuriare l’umano. C’è il silenzio che possiede un potere tutto speciale …

Un libro originale e spassoso per raccontare l’avventura di una piccola zanzara alla scoperta di sé stessa. Consigliato a partire dai 3 anni.

Ece Çiftçi, Zelda Zanzazar, Edizioni Clichy, € 21

Dalla ex GKN alla fabbrica pensante

Nonostante gli sforzi immani per addormentarci, la battaglia per la democrazia economica dei lavoratori della ex Gkn dimostra che la forza creativa del basso è viva, potentissima e soprattutto contagiosa (Clara E. Mattei)

Con questo libro il collettivo ex GKN entra nella storia. Un libro scandito dalle domande di Gea Scancarello e dalle appassionate risposte di Dario Salvetti del collettivo di fabbrica e Gea Scancarello ripercorrono la reazione dei lavoratori e delle lavoratrici della ex GKN di Campi Bisenzio (Firenze) per scardinare le logiche del capitalismo dominante. Siamo davanti al racconto della lotta operaia più lunga e più strutturata del XXI secolo.

Dal 9 luglio 2021, quando i 422 dipendenti ricevono via mail la comunicazione di avvio della procedura di licenziamento collettivo, inizia la resistenza all’abuso, alla negazione del lavoro, alla desertificazione industriale, all’impoverimento del territorio.

Da Campo Bisenzio (FI) si sviluppa un’idea di lotta che lungi dal chiudersi dentro i cancelli della fabbrica si salda con istanze e battaglie che attraversano il Paese. E da questa saldatura nasce un piano industriale per una riconversione ecologica che dalla produzione di semiassi per il settore automobilistico passi a quella delle cargo bike e dei panne. E anche un piano di nuova proprietà che, da pochi avidi azionisti, passi al mutuo soccorso, all’azionariato popolare e, infine, per sostenere l’avvio del piano, il consorzio pubblico – privato.

E’ dello scorso dicembre 2024 l’approvazione da parte della Regione Toscana di una legge volta a

“favorire la nascita e lo sviluppo di società cooperative, sostenere lo sviluppo economico, salvaguardare i livelli occupazionali e incentivare la ricollocazione dei lavoratori e delle lavoratrici di aziende in situazioni di crisi”

Lo scopo dell’operatore pubblico non è quello di entrare nella gestione d’impresi bensì creare condizioni favorevoli alla rigenerazione industriale, all’attrazione d’impresa o a nuovi insediamenti produttivi.

Dario Salvetti, ripercorrendo la vicenda GKN apre una riflessione ampia sul confronto contemporaneo fra capitale e lavoro, sul circolo vizioso produzione-consumo, sull’esigenza di rimettere al centro il pensiero, le competenze, la creatività dei lavoratori, degli operai. Se fossimo su una scacchiera l’invito sembra essere fare la mossa del cavallo: salvare i posti di lavoro e la fabbrica superando l’approccio economicista e di breve periodo per entra in una prospettiva nuova dove la produzione industriale diventa un “motore” di cambiamento sociale, dando un nuovo senso e slancio alle parole, democrazia, uguaglianza, lavoro.

Dario Salvetti, Questo lavoro non è vita. La lotta di classe nel XXI secolo. Il caso GKN, Fuoriscena, € 17

Golem Golem

Len non conosceva l’ebraico, l’avevano cresciuto osservante solo nel senso che osservava le cose

Golem difende gli ebrei dalle persecuzioni? A volte si a volte no. Nella tradizione folklorica ebraica scompare nel 1941 quando si dice che facesse parte dei 33.731 ebrei massacrati dai tedeschi (e collaborazionisti) e buttati nella fossa di Babij Jar vicino a Kiev.

Complice una dose eccessiva di cannabis e qualche chilo di creta rubata nel laboratorio di educazione artistica, Len Bronstein, un giovane insegnante ebreo di Brooklyn, ridà inavvertitamente vita al Golem, il leggendario gigante della tradizione ebraica che i rabbini possono evocare nei momenti di peggiore pericolo, a difesa del Popolo Ebraico.
Inavertitamente perché nel giro di poche ore il Golem assume per la prima volta l’LSD, impara l’inglese da una sit-com e scopre l’esistenza del neonazismo. Il 900 liofilizzato.

Starà a Len e all’amica Miri, una lesbica ripudiata da una famiglia di ebrei ultraortodossi, capire come (e se) impedire che il Golem piombi nel bel mezzo di una manifestazione di estremisti di destra nel Kentucky e faccia vendetta.
Il folklore ebraico, la comicità fulminea da sit-com, la commedia on the road e la satira sociale sono gli elementi che fanno di questo libro un romanzo godibilissimo che filtra con l’umorismo la necessità di non chiudere gli occhi di fronte alla violenza politica, all’intolleranza, al tribalismo identitario, e trovare le armi con cui combatterli.

Adam Mansbach, Il Golem di Brooklyn, SUR, € 18

Il partigiano André

Faceva parte del terzo battaglione Morvan che si imbatté in una colonna di carri armati tedeschi. Durante lo scontro 7 giovani combattenti persero la vita: fra di essi André Chaix.

E’ il 23 agosto 1944 e lui ha 20 anni, 2 mesi e 30 giorni.

Siamo in Provenza, nella Drome dove l’autore di questo libro, Hervé Le Tellier, cerca una casa, una sua casa. Quando la trova, sotto a una mattonella, scorge un nome: André Chaix. Il 2024 è il centenario della sua nascita, l’ottantesimo della sua morte. Da quel momento l’urgenza di scrivere, di ricostruire la vita di questo giovane uomo, è insopprimibile. Il 2024 è il centenario della sua nascita, l’ottantesimo della sua morte, è necessario dare la parola a lui e agli ideali per i quali è morto.

Ma a guardare il mondo per come va, non ho dubbi che occorra ancora parlare di occupazione, collaborazionismo e fascismo, di razzismo e rifiuto dell’altro sino alla sua distruzione.

E allora parte un’indagine sulla famiglia, padre, madre e fratello, sui luoghi dell’infanzia e della giovinezza sulla fidanzata Simone, probabilmente conosciuta in una delle tante serate nelle bories, cavità diventate luoghi di ballo e divertimento per i giovani dei terribili anni ’40.

Première photo avec toi ma chérie qui seras toujours pour moi la douce et pure Simone..rien ne nous separeras à part la mort…

Anche in guerra, anche sotto occupazione trovare momenti di leggerezza, andare al cinema, correre, scattare una fotografia è possibile oltreché necessario. Quali film vedeva André, cosa mangiava, come si vestiva prima di fare la scelta della vita? Prima di combattere l’occupante, prima di diventare un clandestino entrando nella Resistenza?

Stava a Dieulefit, era apprendista nelle Cèramiques: siamo nel sud est della Francia, nella zona di Valence, dove cittadine e cittadini salvarono molti ricercati, nascosero fuggiaschi ebrei destinati alla deportazione, a rischio della propria vita e di quella dei loro cari.

Come è possibile che negli stessi anni potessero convivere le migliori persone possibili e le peggiori persone possibili. Quale processo manipolatorio ha portato tanti tedeschi, uomini e donne, giovani e vecchi a commettere le atrocità peggiori della storia umana? Siamo dei primati conformisti, non dobbiamo sopravvalutarci, ci adeguiamo velocemente e senza sforzo alla legge del più forte, alla massa numerosa. Ribellarsi richiede pensiero, azione, fatica. Chi ce lo fa fare? Se Goebbels dice che siamo superiori, che dobbiamo dominare il mondo chi siamo noi, essere comuni, per non crederci?

Forse potremmo diventare tutte e tutti dei “buoni nazisti” come esemplificato nell’agghiacciante esperimento condotto alla High School di Palo Alto in California dal docente Ron Jones. Leggetene la descrizione a pagina 80 del libro, leggete la “fondazione” della Terza Onda…

Ci solleva sapere che ci furono persone altre. Persone come “Zia Marguerite” co-fondatrice di una scuola per bambini turbolenti, che li accoglieva e faceva loro respirare l’aria buona della Drome. Anche Jean Piaget visitò quella sorta di “repubblica dei bambini” che ci piace pensare avrebbe entusiasmato anche il “nostro” Gianni Rodari. Diventò una scuola di eccellenza dove più di un bambino su due era in realtà un bambino nascosto che rischiava la deportazione.

Zia Marguerite era davvero una zia, suo nipote Francois Subeyran fu sicuramente un amico di André e come lui entrò nella Resistenza. Probabilmente avrebbero seguito insieme la I armata di Lattre fino a Parigi se, in quel maledetto 23 agosto del 1944, il camion che trasportava André e i suo 12 compagni non fosse stato falcidiato dai tedeschi. Quel camion sulla cui fiancata spiccava la parola “Speranza”

Un libro che racconta una storia illuminata dal coraggio di coloro che diedero un senso alla loro vita e, come ci dice Le Tellier, anche alla nostra. Un libro che intreccia le storie e la Storia, la vita quotidiana e quella dei famosi di Francia, degli scrittori, degli artisti e degli attori. Quella di De Gaulle e quella dei partigiani, la cui sfilata il generale definì una pagliacciata

Morire a vent’anni per la libertà, signor generale, per una certa idea della Francia, non è affatto una pagliacciata

Hervé Le Tellier, Quel nome sul muro, La Nave di Teseo, € 18

La montagna di chi resta

La Strangera è il felice esordio letterario di Marta Aidala. Un romanzo di formazione dove le protagoniste sono la montagna e Beatrice, una ragazza di Torino alla ricerca del proprio posto nel mondo e che la porta a offrirsi come aiutante nel rifugio del Barba, in una valle piemontese sotto la Becca.

Burbero, urlante e a volte insultante, difensore perdente di una montagna senza fronzoli per cui nutre, lui nato in una città di mare, un rispetto quasi sacro, il Barba guida il suo rifugio con piglio militare dirigendo una banda di ragazzi maschi a cui si aggiunge ora una fumna strangera. Ce la farà la donna straniera, cittadina? Il lavoro è duro, ripetitivo ma per Beatrice è il posto dove vuole stare: in mezzo a monti, boschi, valli, ruscelli, erbe e fiori odorosi, animali, stelle, ai compagni di lavoro con i quali condividere una birra o una genziana prima di andare a letto tutti insieme nella stessa camerata.

La scrittura essenziale ma un po’ magica di Aidala ci porta dentro la natura che descrive, sentiamo gli odori del bosco, i profumi dei fiori, vediamo le vallate e i laghetti sotto ai burroni, ci troviamo di fronte alle persone che incontra: eccoli Il Barba, Giole, Carlo, Daniele, Berto, la Sandra ed Elbio, il timido malgaro mandriano, con cui intesse una romantica amicizia e (forse) un amore.

Se siete avete frequentato la montagna di chi la abita, lo avrete sicuramente incontrato uno così.

“…riconobbi subito il ragazzo dalle gambe lunghe e i capelli di fieno che avevo visto intesta alla mandria…Quando gli posai davanti il caffé, il ragazzo biondo piantò nei miei i suoi occhi, d’un verde morbido, muschio che cresce sulle radici degli alberi e le pietre del bosco…Le sue vacche erano settantatré e ciascuna portava il nome di una città.”

Si respira il profumo di un’altra montagna: runner, turisti da mangiata domenicale, sciatori che ancheggiano su è giù per piste sono solo clienti. Arrivano per fuggire subito dopo. Non restano.

Beatrice resta. Anche in autunno, anche in inverno quando la bella montagna mostra il suo volto più difficile. Ma due eventi le faranno cambiare idea. Il rifugio del Barba forse non è il suo posto così come Elbio non è il futuro.

Tornerà in città fino a quando incontrerà nuovamente una donna dei monti, un’amica con cui progettare un pezzo di vita. In montagna. Il Barba ed Elbio nella testa e nel cuore.

Elbio è rimasto solo a guidare le vacche sulla via di casa “per lui la montagna era sempre estate. Si ricordò le uniche volte in l’aveva vista trasformata dall’inverno. Gli pizzicarono le labbra, strinse i denti e sentì un turbinio nel petto. Si sforzò di pensare ad altro. Ad altre che non fossero lei”

Marta Aidala, La strangera, Guanda, € 18